“La resa dei conti con Hitler” di Hjalmar Schacht

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L'autodifesa dell'ex presidente della Banca del Reich e ministro delle finanze sotto Hitler

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Verona, 16 dicembre 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Dei tanti libri scritti da Hjalmar Schacht (ventisei ne ho contati) acquistai, era l'agosto del '65, nella libreria degli Studi di Genova – dove lavorava una bella e simpatica ragazza che mi piace ricordare noi chiamavamo «la lupetta» perché il negozio si chiamava «libreria Lupa» – , questo "La resa dei conti con Hitler" (Abrechnung mit Hitler, Bilancio con Hitler, 1948) che poi scoprii è il suo scritto più importante. Edito da Garzanti nella traduzione dal tedesco di Roberto Margotta, il volume (308 pagine, 750 lire) è tutto un'autodifesa dell'autore dall'imputazione di avere finanziato l'isteria hitleriana e di avere reso possibile la seconda guerra mondiale con i suoi milioni di vittime (ma in pagina 80 Schacht cita «la strage di milioni di ebrei», mentre è accertato che le vittime non furono più di un milione e mezzo).

Hjalmar Horace Greely Schacht, finanziere e politico – nato nel 1877 morirà in Monaco 93enne - , fu dal 1923 al '30 presidente della Reichsbank, carica che riebbe dal '33 al '39 quando se ne dimise, mentre contemporaneamente dal '35 al '37 fu ministro delle finanze. «Il denaro che gli uomini si procuravano col lavoro, svaniva nelle mani delle massaie. Fu in queste difficilissime condizioni che venni chiamato a porre un freno alla svalutazione e a stabilizzare la moneta», egli scrive. Annoto che a un dollaro corrispondevano dodici bilioni di marchi. La sua abilità di finanziere fu determinante sia nell'attuazione del riarmo sia nel combattere la disoccupazione. «La prima crisi sorse [nel 1920] per i troppi debiti esteri del regime democratico, la seconda si manifestò [nel 1939] in sèguito alle esagerate spese sotto Hitler».

«I governi democratici non capivano la situazione né avevano il coraggio e la volontà di agire». «Purtroppo i miei ammonimenti non incontrarono la comprensione dell'industria, né dei governi che si sono succeduti». «Era in gioco la stabilità della moneta, ed era il governo a comprometterla». «Questo atteggiamento passivo e impotente fu la causa della vittoria elettorale conseguita da Hitler nel luglio '32. I governi democratici non erano riusciti a ridare vita all'economia all'interno né ad ottenere aiuti dall'estero». «Può meravigliare che non il comunismo bensì il nazionalsocialismo abbia ottenuto il maggior sèguito: ma ciò dimostra che, nonostante l'estrema miseria, il popolo tedesco era moralmente sano. Hitler vide e valutò le cose meglio dei suoi concorrenti comunisti» e «fu designato cancelliere da quattordici milioni di elettori».

«Dopo le elezioni del luglio '32, il governo von Papen era decisamente minoritario. Rimaneva solo la scelta fra un governo militare», in violazione della Costituzione, «o un cancellierato di Hitler. Secondo le mie convinzioni democratiche, mi pronunciai contro la prima soluzione e in favore d'un governo nazionalsocialista: in ogni normale democrazia, il capo del partito più numeroso viene chiamato a formare il governo». «Dal 1918 al '31 la maggioranza era detenuta dai partiti democratici. Essi avrebbero potuto adottare indisturbati tutte le misure per migliorare la situazione economica e sociale: gli ostacoli non erano maggiori di quelli che saranno sotto Hitler. Eppure essi seppero solo condurre la moneta tedesca alla catastrofe del '31 e la disoccupazione a sei milioni e mezzo di unità. Il risultato dei governi democratici era stato catastrofico: svalutata la moneta, altissimi gli oneri fiscali, bassi i salari e gli stipendi, passivo il commercio estero, scarse le importazioni» e, ripeto, sei milioni e mezzo di disoccupati

«Ecco quanto la democrazia aveva saputo conseguire. Hitler viene lasciato padrone del campo, e ciò non avviene per rassegnazione, bensì per spontaneo gesto di fiducia». «Per quanto riguarda l'assunzione del potere da parte di Hitler, Carl Severing, [deputato socialdemocratico al Reichstag], ha una responsabilità ben maggiore che non quella di Schacht, dal momento che lo stesso Severing afferma di avere sin da sùbito riconosciuto che ciò avrebbe significato la guerra». «Seguì la legge sulla confisca dei beni delle persone e degli enti nemici del popolo e dello Stato, e l'1 dicembre 1933 quella per assicurare l'unità del Partito e dello Stato. Tutto ciò avvenne legalmente in base alla legge sui pieni poteri. La democrazia si era politicamente suicidata per inettitudine. Il cancelliere poteva prendere decisioni indipendentemente dalla volontà dei ministri, tuttavia nessun ministro era tenuto a firmare quando una misura era contraria alle sue convinzioni».

«Nel luglio 1934 Hitler mi offrì di assumere, oltre la carica di presidente della Reichsbank che già detenevo, la direzione del Ministero dell'economia. Mentre era stato possibile ridurre in modo considerevole la disoccupazione per mezzo del credito della Reichsbank, la situazione del commercio estero era ancora catastrofica». Ma «la situazione politica interna mi rese titubante. Ero rimasto turbato dalla sanguinosa epurazione del 30 giugno in seno al Partito e dal discorso pronunciato quindici giorni dopo da Hitler», che si era arrogato il diritto di decidere di vita e morte al di fuori dei regolari organi giudiziari. E tuttavia «entrai nel suo Governo per poterlo avversare ogni volta che si fosse dimostrato propenso all'adozione di misure ingiuste e violente». Questa dichiarazione appare chiaramente d'intenzioni escusatorie e difficilmente può essere ritenuta attendibile.

Nel '39 Schacht cedette gli incarichi pubblici a causa di dissensi col Führer (ma in pag.49 si legge che fu Hitler ad allontanarlo) cui rimase ugualmente a fianco sino al '44 quando il sospetto di coinvolgimento nell'attentato del 20 luglio lo portò in campo di concentramento. Assolto a Norimberga da ogni imputazione - con grande sdegno del rappresentante sovietico - , fu poi condannato a otto anni dal tribunale di denazificazione di Stoccarda, ma venne rimesso in libertà due anni dopo e definitivamente prosciolto da ogni addebito nel '50.

Sul piano linguistico, vanno lamentati alcuni errori di grammatica («Schlitter si stava recando a una seduta assieme al vecchio August Thyssen», «A costoro non rimase altro che di rivendere le valute straniere», «Il governo aveva lasciati soli me e i miei collaboratori», «Il presidente del Reich si era riservata la nomina dei ministri»), di ortografia («sole») e di punteggiatura. Alcune espressioni appaiono incomplete e risultano incomprensibili («Nel suo discorso al Reichstag del 23 marzo 1933 Hitler disse: - Il sincero desiderio del governo nazionale ecc. - », pag.41). Un capitolo particolarmente interessante è quello che si occupa delle cambiali «Mefo» (MetallForschung), argomento presso di noi incognito in materia. In proposito, i processi di denazificazione tenutisi in Stoccarda dopo la guerra sono opportunamente definiti «farse dopo la tragedia di Norimberga».

“La resa dei conti con Hitler” di Hjalmar Schacht