“I missili a Cuba” a cura di Guido Gerosa

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Ottobre 1962: il buon senso di John Kennedy e l'arrendevolezza di Nikita Kruscev evitano lo scoppio d'una terza ed ultima guerra mondiale – La mediazione di Robert Kennedy

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Verona, 18 dicembre 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Sembra, a vederlo, un libro di poco conto, uno di quelli messi insieme senza altro intento che non sia di venderlo: anche per via del titolo della serie in cui è inserito, "I documenti terribili". Ne è garanzia di serietà tuttavia l'editore, Arnoldo Mondadori, e apertolo, si rivela uno dei libri – nel genere – meglio strutturati: chiaro, preciso, documentato, rigorosamente cronologico, e nello stesso tempo scritto in una lingua italiana sotto ogni aspetto ineccepibile.

Il 21 ottobre 1962 televisioni e giornali di tutto il mondo occidentale riportavano: «Come si era impegnato a fare, questo Governo ha esercitato una sorveglianza accurata sul potenziale militare che l'Unione sovietica ha installato nell'isola di Cuba. Nel corso dell'ultima settimana, i nostri mezzi d'osservazione hanno constatato in maniera inequivocabile che una serie di basi per missili è attualmente in allestimento in quel territorio. Lo scopo di tali basi altro non può essere se non predisporre un potenziale nucleare offensivo verso l'emisfero occidentale.

In base all'autorità conferitami dalla nostra Costituzione, e operando in difesa della sicurezza nostra e dell'intero mondo occidentale, ho pertanto dato ordine che immediatamente vengano adottati i seguenti provvedimenti iniziali. Primo: verrà immediatamente dato inizio ad una rigorosa quarantena nei confronti di tutte le attrezzature militari di carattere offensivo che si trovino in viaggio con destinazione Cuba. Tutte le navi di qualsiasi bandiera dirette a Cuba che trasportino carichi di armi offensive verranno costrette a invertire la rotta e a tornare nei porti di provenienza.

Secondo: qualora i preparativi militari continuino accrescendo in tal modo la minaccia che essi costituiscono nei nostri confronti, saranno da noi prese le misure necessarie che ne conseguono. In tal senso ho disposto che le Forze armate si preparino ad ogni evenienza. Confido che nell'interesse del popolo cubano nonché dei tecnici sovietici impegnati nelle installazioni, ci si renderà conto del pericolo insito nella minaccia qualora essa non venga rimossa.

Terzo: l'eventuale lancio di un missile nucleare da Cuba contro qualsiasi nazione verrà da noi considerato come un attacco dell'Unione sovietica direttamente contro gli Stati uniti e comporterà una immediata rappresaglia contro l'Unione sovietica.» Era questo il nucleo centrale – qui tradotto e condensato dal cronista – del discorso appena pronunciato dal presidente Kennedy alla televisione. La crisi era al livello massimo, si rischiava la terza guerra mondiale che, questa volta, avrebbe lasciato pochi superstiti, o forse estinto il genere umano. Per la prima volta si parlò di falchi e di colombe : coloro che erano per una nuova Pearl Harbor, e coloro che sostenevano la necessità di accordarsi a qualunque costo, onde evitare la distruzione di intere città e di intere popolazioni.

Gli Stati uniti si trovavano in una posizione particolarmente difficile, perché pretendevano la rimozione dei missili sovietici da Cuba ma non intendevano rimuovere i propri da Berlino e dalla Turchia. La diatriba andò avanti per tredici giorni, dal 16 al 28 ottobre 1962, e a salvare la pace furono il buon senso e la perseveranza di Kennedy, nonostante che in quei giorni i cubani avessero abbattuto un aereo-spia statunitense, sulla base della remissività di Kruscev, che con tutta buona volontà consentì a ritirare non solo i missili ma anche i bombardieri con cariche nucleari, per la precisione 42 Iliuscin –28.

La terribile vicenda, che si svolse al cospetto d'un mondo per lo più inconsapevole del rischio che stava correndo, è narrata in questo volume ("I missili a Cuba" a cura di Guido Gerosa, A. Mondadori ed., pagine 172, con relativa documentazione fotografica in nero – inclusa quella comprovante - , rilegato, prezzo ricoperto, pagato lire 1500) giorno per giorno, ora per ora, riunione per riunione da parte del Congresso negli Stati uniti e da parte dei Soviet in Russia, incontro per incontro fra i personaggi che potevano decidere nell'un Paese e nell'altro. Robert Kennedy, fratello del Presidente e ministro della guerra, s'assunse la funzione di moderatore e alla fine suggerì la soluzione che avrebbe risolto la crisi.

La mano della morte atomica stette stesa in quei giorni su 80 milioni di americani e su almeno un miliardo di cittadini d'altre nazioni. Tutti coloro che contribuivano a decidere ebbero la loro parte di merito nell'aver saputo gestire saggiamente una vicenda che altro non era se non una grossissima bomba pronta per essere innestata. Vi contribuirono fra gli altri principalmente Sean Acheson, capo dei falchi e fautore dell'intervento militare, già ambasciatore e segretario di Stato ed ora chiamato quale consulente privato, ed Andrej Gromiko, ministro degli esteri sovietico. Kruscev ed i due Kennedy pensano che se venisse scelta la decisione voluta dai militari, non rimarrà nessuno al mondo a contestargli ch'era errata. Non v'ha dubbio che, una volta sferrato l'attacco (come i giapponesi a Pearl Harbor), il nemico risponderà con un lancio di missili che causerebbero la morte di decine di milioni di americani. Kruscev scrive di suo pugno una lettera affettuosa a Kennedy; questi l'apprezza. E' la vittoria del buon senso. La crisi è risolta dopo tredici giorni di angoscia. Il presidente americano non fa alcuna dichiarazione che possa sembrare uno squillo di trionfo per sé o per il suo governo, e vieta a tutti i membri del Comitato di rilasciare dichiarazioni che possano apparire di vittoria. Gli è rimasta una sincera stima per Kruscev, che ha agito con umanità ed equilibrio. E Kruscev dirà al Soviet supremo: «Chi l'ha spuntata? chi ha vinto? hanno vinto il buon senso, la causa della pace e della sicurezza dei popoli.»

A questa parte principale (108 pagine) segue nel libro una seconda parte (62 pagine) intitolata "I retroscena" che svolge, sempre sul piano della cronaca rigorosamente documentata, i temi: Chi fu a volere i missili a Cuba, Castro o Kruscev?; era da due anni che cresceva la tensione tra l'Avana e Washington; il disastroso attacco alla baia dei Porci; il vero stratega della crisi: Bob Kennedy; ed altri paragrafi valutativi del rischio effettivamente corso, dell'efficienza dello spionaggio americano, sui momenti cruciali della guerra fredda, le tappe della distensione, come si viveva in quei giorni a Cuba, e il telefono rosso fra Cremlino e Casa bianca. Seguono diciotto stralci da giornali di tutto il mondo dell'epoca, e sedici dichiarazioni di protagonisti e di osservatori della crisi, tra i quali i due Kennedy e Nikita Kruscev («Se fossi stato Kennedy, avrei agito come lui»).

Non sapeva, il giovane Presidente americano, che gli restava un anno di vita: sarebbe stato assassinato in Dallas il 22 novembre 1963. Né tanto meno il fratello che sarebbe stato a sua volta vittima di un attentato cinque anni dopo, il 5 giugno 1968 in Los Angeles, morendo il giorno appresso. Io ricordo di quel giorno una particolarità personale. In New York, in viaggio di vacanza ospite della Finsider di Genova, ero stato presente ad una conversazione di Ruggero Orlando, il quale mi aveva notato in quanto, sopraelevato, ero intento a filmare. In Italia, l'incontro era andato in onda sui canali televisivi, ed ovviamente la mia presenza era stata notata, specie in Rizzoli da chi mi conosceva. Cinque anni dopo, il mattino di quel giorno fatale, mi trovavo nel mio ufficio alla Rizzoli di Milano quando entra nella mia stanza l'addetto alle trasmissioni televisive. – Indovini chi hanno ammazzato in America – mi dice . Ci penso non più che per un istante, e rispondo: - Bob Kennedy - . Risposta esatta. Si dava il caso che in quei giorni fosse in Italia Ruggero Orlando, il quale trovandosi a Milano venne in Rizzoli e passò a salutarmi. Ovviamente si parlò del delitto, e il famoso giornalista italiano che viveva in America, al mio nominare «Bob Kennedy» obiettò che solo in Italia lo si sentiva chiamare Bob: in America, mi disse, tutti lo chiamano Robert, nessuno l'ha mai chiamato Bob. Relata refero, precisando che per tutto il libro il fratello di John Kennedy viene chiamato Bob.

“I missili a Cuba” a cura di Guido Gerosa