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“Annibale” di Gianni Granzotto

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Libri letti

Verona, 28 dicembre 2018. – recensione di Sergio Stancanelli

Questo libro è bellissimo, per il racconto in sé e per il modo di raccontarlo. I miei ricordi di Annibale risalivano alla II classe ginnasiale, Cornelio Nepote, "Le vite", «Hannibal, Hamilcaris filius, cartaginiensis».

Li ho non solo rinnovati e rinfrescati, ma anche ampliati, poi che là si trattava di un capitolo, qua di tutto il libro (Gianni Granzotto, "Annibale", Club degli editori su licenza Arnoldo Mondadori, 324 pagine, con nei risguardi una cartina del Mediterraneo, rilegato, euro 8 anzi 6.70), nel quale, salvo i precedenti del padre Amilcare, l'autore non si occupa che di lui. L'antico storico romano non viene citato dallo storico nostro contemporaneo se non brevissimamente e poco prima della fine (pag.299).

Unanimemente riconosciuto uno dei più grandi condottieri della storia, in età di 25 anni, a capo degli eserciti cartaginesi, rompendo i trattati, assalì Sagunto alleata di Roma, ed assediatala la distrusse, dando così origine alla seconda guerra punica. Nel 219 a. C. , con 90mila uomini, 12mila cavalli e 35 elefanti, diede inizio alle leggendarie gesta d'Italia. Superati i Pirenei, varcato il furioso Rodano, supera in pieno inverno ghiacciai e foreste delle Alpi.

La tormenta, l'impraticabilità del cammino, la fatica gigantesca, l'ostilità delle popolazioni, oppongono a quel viaggio un eroismo senza precedenti. Nonostante che il suo esercito giunga dimezzato alle rive del Po, al Ticino sconfigge senza remissione l'esercito romano recatogli contro da Scipione Cornelio, e alla Trebbia l'altro condotto da Sempronio. Al passaggio dell'Appennino s'ammala e perde la vista da un occhio, ciò che non gli impedisce arrivato in Toscana di assalire Flaminio e sbaragliarlo al Trasimeno. Gli elefanti e la velocità della cavalleria sorprendono i romani, i quali sono paralizzati dal temporeggiamento di Fabio Massimo: assalite da Annibale, le schiere di Terenzio Marrone vengono accerchiate e massacrate. Questa battaglia costò a Roma 50mila guerrieri, e uno stajo colmo di anelli d'0ro. Roma quasi indifesa sarebbe stata facile preda, ma Annibale s'attendò; e suo fratello Asdrubale che gli portava rinforzi delle Gallie fu due volte sconfitto da Marcello. Minacciata Cartagine da Scipione, venne richiamato Annibale, che accorse, ma venne sconfitto a Zama (202 a. C.), battaglia famosa che costituì la sua fine. Rifugiatosi presso il re Antioco in Siria, poi in Bitinia, minacciato d'essere consegnato al nemico cui da bimbo aveva giurato odio eterno, il grande vecchio si tolse la vita.

La narrazione è condotta in maniera allettante per il lettore che, eventualmente ignaro, aneli a sapere come andò a finire, e non meno per chi provi piacere nel leggere una prosa condotta con stile e pulizia. In un prologo, l'autore si chiede «che interesse può avere oggi una storia vecchia di più di duemila anni». Al di là del fatto che la si legge come un romanzo d'avventure, o meglio poliziesco, sta il fatto fondamentale che la storia è vera: risale a un tempo lontanissimo da noi, ma pure accadde realmente, non è frutto della fantasia d'un romanziere. E questo dovrebbe far meditare. I personaggi che le danno vita, vissero veramente: si alzavano la mattina, mangiavano, facevano l'amore, operavano ciascuno secondo la propria professione, e la sera si coricavano per dormire. Noi stiamo per conoscere le vicende - vere – delle loro giornate – realmente vissute – . Ma si deve obiettare – pure se inutilmente, osserva l'autore – che «venti secoli sono un abisso troppo profondo perché noi si possa scendervi dentro». Poco sappiamo dei nostri genitori, quasi nulla dei nostri nonni: più oltre c'è il buio assoluto.

Di cosa si occupavano i cartaginesi? Non restano grandi testimonianze di letteratura, arte, nemmeno di architettura, ma vi erano scuole d'astronomia, di geografia, ed era famoso un trattato di agricoltura. Il loro governo era affidato alla saggezza dei vecchi. Generali ed ammiragli, quando perdevano venivano crocefissi. Tra i personaggi del racconto compaiono emozionalmente le femmine Didone di Tiro ed Elena provocante e contesa, nonché l'ammiraglio Annone, che oltre quelle colonne d'Ercole al di là delle quali si rischiava di cader giù dall'orlo del mondo (Tucidide), esplorò con le sue navi le coste atlantiche dell'Africa. Fra gli episodi propedeutici a quelli della storia principale, è da ricordare il fallito assalto ad Ιμέρα, città greca sulla costa della Sicilia occidentale. Salpando da Palermo, i cartaginesi misero in mare trecentomila uomini su tremila navi. Era un'impresa paragonabile per dimensioni a quella di Eisenhower del 1944 sulle costa francese. Ebbero la flotta completamente distrutta, l'esercito perito in mare e i superstiti sconfitti.

Sul piano formale, la scrittura è corretta, ed anzi, come già detto per il modo di narrare, piacevole. Da annotare marginalmente è qualche svista, come errori di grammatica («Mio nonno era nato nel 1861 insieme al regno d'Italia», prologo; «si preparò alla lotta insieme a Nerone», pag.254; «insieme alla tattica», 287; «era proibito ai consoli di lasciare la provincia e di entrare», ecc.) o d'ortografia («era una delle città più ricche della terra», prima pagina del testo; «colori che spiccano anche adesso sotto il sole», seconda pagina; «l'aria è tiepida con un pallido sole», pag.112; «l'esercito più potente della terra », 306; «cancellare Cartagine dalla faccia della terra », 310; ecc.). All'avverbio «affatto» viene attribuito il significato per niente (tutt'al contrario, significa del tutto, e abbisogna del complementare niente - «niente affatto» - per significar per niente). Si può notare come in pag.237 l'esercito romano sia costituito da ottomila uomini («Voleva un corpo scelto, fece preparare settemila uomini dei migliori con un migliaio di cavalieri»), e nella pagina seguente da oltre diecimila: ma nel corso della marcia molti volontari s'erano aggiunti ai soldati partiti da Venosa. Stranamente, devo dire, in tutto il lungo testo non vien mai fatta menzione del ritornello senatoriale «Delenda Carthago». Undici cartine nel testo ed una nei risguardi.

“Annibale” di Gianni Granzotto
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