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Quarantotti Gambini, patriota istriano ma "italiano sbagliato"

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Trento, 24 aprile 2020. - di Renzo Codarin*

Il 22 aprile di quest'anno si celebra il 55° anniversario della morte di Pier Antonio Quarantotti Gambini, narratore e giornalista figlio dell'Istria. Quarantotti Gambini venne a mancare prematuramente nel 1965 ad appena 55 anni, a causa di un infarto provocato da un'accesa discussione in un salotto di quella Venezia che lo vedeva ospite dopo l'esodo, in una sorta di volontario esilio che lo portò a dedicarsi quasi esclusivamente alla scrittura.

Nato a Pisino nel 1910, figlio di rovignese e di capodistriana, Pier Antonio trascorse l'infanzia e l'adolescenza a Semedella, presso Capodistria, luogo evocato spesso nelle sue creazioni letterarie. Durante la Seconda guerra mondiale, Quarantotti Gambini, trasferitosi a Trieste, venne incaricato della conduzione della biblioteca civica Attilio Hortis. Al termine del conflitto si stabilì a Venezia, ove diresse per quattro anni (1945-1949) Radio Venezia Giulia, emittente prettamente antijugoslava e finanziata dalla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi.

Sempre negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, Quarantotti Gambini conobbe il successo del grande pubblico grazie al suo romanzo più famoso, "L'onda dell'incrociatore". La fama dello scrittore si consolidò negli anni successivi, grazie ad alcune pregevoli opere di narrativa fra cui "Amor militare" (1956), "Il cavallo di Tripoli" e soprattutto "La calda vita" (1958). Negli anni Cinquanta e Sessanta si dedicò anche alla saggistica e al giornalismo: "Primavera a Trieste" (1951), "Sotto il cielo di Russia" (1963), e "Luce di Trieste" (1964), sono opere che ebbero poi una certa diffusione in Italia e all'estero.

La vicenda personale di Quarantotti Gambini si configura come quella di un autore irregolare rispetto ai canoni stereotipati del suo tempo. Come usava sostenere lui stesso parlando di sé «Se un giorno dovessi scrivere la mia autobiografia, la intitolerei "Un italiano sbagliato". Come uomo, sento di essere qualcosa di simile a uno straniero in Patria. Proprio quel modo di essere e di pensare che poteva fare di me un cittadino normale in un'ipotetica Italia un po' nordica e molto europea, mi mette fuori fase tra la maggior parte dei nostri connazionali».

Parole che meglio non potrebbero descrivere i sentimenti provati nei decenni da tanti istriani, fiumani e dalmati nei confronti della tanto anelata madrepatria, un'Italia cercata fino allo stremo ai tempi della dominazione asburgica fino a idealizzarla con qualcosa che in realtà non era, scoprendo così sulla propria pelle nel corso degli anni che la loro Italia, così come molti l'avevano sognata, in realtà non esisteva.

Presidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
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