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Il rispetto è anche sapere

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Monselice, 15 ottobre 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

Tratto dalle memorie di un sottotenente di artiglieria di complemento, decorato di medaglia d'argento al valor militare, Eugenio Corti, fu uno scrittore dopo la seconda guerra mondiale. Decise di farlo, benché laureatosi in giurisprudenza.

La sua vena vocazionale era lo scrivere e rientrato nel mondo civile, iniziò il suo percorso di saggista, proponendo la sua esperienza di sopravvissuto due volte: sul fronte russo e come volontario, sempre da ufficiale nel ricostituito Esercito del Sud, dopo l'armistizio del 1943, in affiancamento agli anglo-americani, risalendo con loro e combattendo fine alla fine delle ostilità. Una sua frase celebre fu: "pregate ciò che non avvenga d'inverno", ma l'inverno sul fronte russo arrivò e nella Campagna di Russia il secondo fu devastante e tragico. Annientò tre corpi d'armata, quelli dell'ARMIR per intenderci.

Lui voleva conoscere da militare il mondo sovietico, ma anche quello nazista e nei suoi scritti, come nelle sue testimonianze, fino a quando scomparve il 4 febbraio 2014, da volontario, si fece mandare prima sul fronte russo per capire tanti risvolti umani. Non esitò a disprezzare la natura del tedesco come alleato, ideologicamente pervaso, la maggior parte, dalla follia nazista, che denigrava il commilitone italiano, fino a sparargli addosso quando tutto era perduto e c'era da scappare, da ripiegare con tanto strazio e sofferenze di ogni tipo.

Il sovietico non era da meno perché, altrettanto, alimentato dall'ideologia comunista, si contrapponeva in armi, con una recrudescenza bestiale, alla "cultura capitalista occidentale" di due dittature, completamente differenti l'una dall'altra. In divisa, con i regolamenti che la disciplina militare applicava, perché l'idea di una pace era molto lontana, erano solo gli occhi a capire su quali piani diversi il soldato combatteva. La Fede che ebbe quest'uomo fu così forte che forse è stato un predestinato dal Signore, scelto, insieme ad altri, a raccontare, dopo. "Nel cielo ormai quasi buio s'inseguivano lucenti pallottole traccianti. In quel cielo c'era Dio: io stavo muto e grigio davanti a lui, nel gran freddo. Vicino a me c'erano la mia miseria e il mio continuare ad essere uomo e capo di uomini, nonostante tutto".

Nel suo primo libro "I più non ritornano" pubblicato nel 1947, riscrive il suo diario di guerra. È struggente quanto iniziò a descrivere da convalescente in un ospedale di Merano, arrivato a metà febbraio del 1943 e quando l'8 maggio dello stesso anno volle rifiutare di rimanere ancora ricoverato perché voleva raggiungere il suo compagno d'arme che ce l'aveva fatta... "come lui", ma era a casa, a Miramare di Rimini. Lo andò a trovare, prima di ricominciare da capo e tornare a combattere. "Lo trovai a letto il Candela, ricoverato in una colonia marina trasformata in ospedale. Le gambe non c'erano più: entrambe amputate poco sotto il ginocchio, ma anche una parte del naso non c'era più, così come pure quasi tutte le dita delle mani. Era divenuto stranamente tutto piccolo e giaceva supino, quasi senza conoscenza, con i due moncherini delle gambe levati in aria che li muoveva insistentemente come se volesse cercarle queste gambe e mentre continuava a fare quel movimento mi fissava. Io pregai".

La preoccupazione di Eugenio Corti fu un lavoro durato anni, per rispettare la verità, come l'aveva vista lui e riferire particolari, con l'aiuto della memoria, per cui descrivere sensazioni, riflessioni di cui era certo, però, che i suoi documenti non avrebbero nemmeno interessato l'opinione pubblica. I libri di Corti sono come i libri di altri reduci di guerra, come quelli di Giulio Bedeschi, Mario Rigoni Stern, Giovannino Guareschi che nel secolo scorso, invece, una certa parte di gente voleva sapere. Oggi si fa più fatica ad incontrarli nei loro testi riediti perché gli stimoli stanno andando in altre direzioni. Ciò che si scopre o si riscopre, con recrudescenza di testimonianze riportate, può rischiare di finire nell'indifferenza, ma non sarà mai possibile pensare ad un Comunismo senza Gulag, o ad un nazismo senza campi di sterminio oppure ad una Resistenza senza foibe, oppure ancora ad un'America senza Hiroshima.

Sarebbe una menzogna, benché si capisce che evitare la menzogna significa scoprire cose che ci farebbero girare la testa dall'altra parte. Queste persone che ho nominato come Corti non avevano nessun piacere sadico nel raccontarle, ma semplicemente se lo hanno fatto fu quello di istruire delle generazioni e quello di guardare agli orrori della guerra senza dovere cadere nella disperazione, portando l'intelligenza umana sul margine dell'impossibile, dove oltrepassarlo significherebbe ripiombare nella stupidità, calpestando "soltanto" le tombe di milioni di persone, morte, allora, per che cosa?

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