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“Il fantasma nella baia” di Angelo Solmi

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Copertina del libro Verona, 1 aprile 2014. – di Sergio Stancanelli

Libri letti. Dodici storie misteriose di avvenimenti inspiegati accaduti dal 1611 al 1963, cui sarebbe pertinente l'epigrafe dedicata nel 1833 a Kaspar Hauser, protagonista del quinto racconto: «Aenigma sui temporis, ignota nativitas, occulta mors» - Esploratori scomparsi nel nulla e rampolli regali morti due volte – Un tesoro colossale sepolto nelle viscere della Terra: che ci sia ciascun lo dice ma scovarlo nessun sa - Leggerezza e irresponsabilità nella fine del "Thresher" e dei suoi centoventinove uomini il 10 aprile 1963.

Di Angelo Solmi fui collega la seconda metà degli anni Sessanta quando ambedue lavoravamo alle dipendenze di Angelo Rizzoli sr. nella sede della casa editrice in via Civitavecchia a Milano, lui nel civico n.2, io nell'adiacente 4, pur se raramente - forse una sola volta - ebbi occasione di incontrarmi con lui. Questa sua raccolta di storie vere comprende dodici racconti di fatti accaduti in modi incogniti e tuttora rimasti privi d'una spiegazione sicura. Titolato "Il fantasma nella baia e altre storie misteriose", il volume prende nome dalla prima vicenda ed è stato edito proprio da Rizzoli nel 1977. L'esemplare che ho acquistato presso il libraio Bergoglio di Castiglione torinese (232 pagine, rilegato, prezzo tagliato) appartiene alla seconda edizione. E' uno dei libri più interessanti ch'io abbia letto in questi ultimi giorni, e si fa leggere con piacere, oltre che per l'interesse del contenuto, perché è scritto con bello stile in un italiano, se non sempre perfetto, per lo meno limpido e scorrevole.

Fra l'altro, a differenza di molti giornalisti e scrittori dei giorni nostri, scrive correttamente, anche se non sempre, insieme con (ma non pochi sono anche gli insieme a). Gli si può eccepire la distrazione di usare, se pur raramente, il modo indicativo anche là dove la grammatica imporrebbe il congiuntivo; verbi al singolare quando il soggetto è al plurale; termini inappropriati laddove quelli appropriati pure esistono; di credere, sovente anche se non sempre, che Sole, Luna e Terra siano nomi comuni, e che nomi propri siano invece mare, isola, monte, ecc.; e, costantemente, che l'avverbio affatto significhi per niente. La carenza più grave però risiede nel fatto che, per narrazioni che spaziano dalla Francia alla Germania, dal Portogallo all'Irlanda, dal Canada al Brasile, dalla Nuova Scozia all'Australia, dall'oceano Atlantico ai mari del Sud, letteralmente zeppe di citazioni di nomi di località, città e paesi, monti e fiumi, golfi e laghi, ecc., per lo più incogniti, non si sia provveduto a dotare il libro di cartine geografiche delle zone.

Dopo una premessa dello stesso autore, il primo racconto narra il tragico destino di uno dei più grandi esploratori e navigatori di tutti i tempi, Henry Hudson - che diede il suo nome, oltre che alla baia e allo stretto, al fiume sulle cui rive sorge New York - , scomparso con i suoi uomini, neanche si sa se in mare o su terra, oltre quattro secoli addietro, nel 1611, mentre era alla ricerca del mitico passaggio a nord-ovest. Il secondo racconto narra la vicenda di monsieur Jean François de Galaup conte di La Pérouse, inviato dal re Luigi XVI a tracciare la carta delle isole Curili, tra la Camciatka e il Giappone, e ad esplorare la Nuova Guinea e l'Australia. Partito da Brest con due navi verso i mari del Sud l'1 agosto 1785, dopo aver toccato le isole Samoa e le Tonga sparì nel nulla.

Segue il mistero dell'isola Oak Island nella Nuova Scozia, dove inconfutabili prove accertano sia stato sepolto un tesoro immenso, forse quello accumulato assaltando i galeoni spagnoli da William Kiddd, il capitano impiccato in London nel 1701, o quello di Henry Morgan, il bucaniere morto nel 1688, oppure di Edward Teach, il pirata Barbanera, ucciso nel 1718. Si è ipotizzato trattarsi del tesoro della corona di Francia, sparito durante la rivoluzione francese e poi vanamente ricercato da Napoleone e da Luigi XVIII; ed anche del tesoro degli Incas, che alla metà del secolo XVI veniva trasportato su galeoni spagnoli quando questi furono gettati da un uragano sulle coste del Nord America; o infine della parte cospicua del tesoro della corona inglese scomparsa dopo il 1648 durante la dominazione di Oliver Cromwell. Che nell'isola siano state nascoste ricchezze immense è indubitabile. Alla fine si è pensato, non senza fondamento scrive Solmi, che si tratti di un deposito comune di tesori. Però essi sono sepolti sotto una serie di costruzioni sotterranee tanto complesse che, dal 1795 sino agli ultimi tentativi nel 1975, nessuno è riuscito a violare.

Nel 1909 persino Franklin Delano Roosevelt costituì una società per reperire i fondi necessari alle trivellazioni, ma giunti a 34 metri di profondità, tonnellate d'acqua si riversano sui ricercatori, e l'acqua poi permane a riempire il pozzo sino a 10 metri dalla superficie. Anche i mezzi più moderni, impiegati dopo la metà del secolo XX (nel 1971 si costituì una ennesima società, la Triton alliance, con capitali sufficienti a perforare la Terra), non sono riusciti ad esplorare al di là d'una profondità di 50 metri, dove, dopo avere attraversato tavole di quercia e strati di cemento, le trivellatrici urtano contro una lastra d'acciaio e vanno in pezzi, mentre già a partire dai 46 metri dal pozzo si levano esalazioni venefiche mortali. Nel 1955 il titolare d'una grande società nel Texas, dopo avervi speso mezzo milione di dollari e impiegato molti mesi di lavoro, dichiarò che «non pare cosa umana». Evidentemente però lo è, e non si riesce a capire come, un paio di secoli addietro, qualcuno sia stato in grado di realizzare una così imponente opera d'ingegneria e di architettura: per altro, certamente allo scopo di qualcosa per cui ne valeva la pena.

L'episodio successivo mette in rilievo – se pur ce ne fosse bisogno – le turpitudini della rivoluzione francese (partita da una presa della Bastille che diede la libertà agli unici tre detenuti che vi si trovavano: un parricida, un violentatore e assassino, un rapinatore e assassino - n.d.c. - ) e approdata alla decapitazione di Luigi XVI e di Maria Antonietta a sèguito di accuse ignominiose e false sostenute da testimoni costretti a farlo - tra cui i due bimbi figli della coppia regale, - certificando la strana morte del Delfino, avvenuta due volte, o forse mai (per lo meno nelle date affermate dai rivoluzionarî), nel corso d'una vicenda intricata e complessa che va dal 1795 al 1845. Qui, per inciso, l'autore chiama indefessamente (per tre volte: non è un refuso) Borboni i membri della famiglia il cui cognome era invece Borbone, ed abbiamo anche un verbo al singolare per un soggetto al plurale, e più volte il verbo è con l'accento acuto.

Quinto racconto è quello dell'uomo che venne dal nulla, uno dei più indecifrabili enigmi della storia, che ha fatto scrivere innumerevoli libri, ispirando giuristi e filosofi come Anselm & Ludwig von Feuerbach, storici quale Heinrich von Treitschke, statisti come Otto von Bismarck, scrittori quale Jakob Wassermann, musicisti come Richard Wagner, poeti quale Paul Verlaine. Nato il 30 aprile 1812 non si sa dove né da chi e morto il 17 dicembre 1833 accoltellato non si sa da chi né perché (ma forse suicida), Kaspar (propriamente Kasper) Hauser parve ad un tempo un povero selvaggio deficiente e un giovane intelligentissimo, d'umile origine contadina o forse nobile se non principesca. Conteso o rifiutato da molte persone d'ogni rango, da molti ritenuto un abile simulatore, non si riuscì mai a verificarne l'identità.

Si ritorna al leggendario passaggio a nord-ovest con il mistero di Franklin, nome dell'esploratore scomparso con la spedizione al completo (centoventinove uomini oltre a lui) nel tentativo di scoprire il percorso completo da oriente a occidente verso lo stretto di Bering, e nome del distretto di cui fa parte l'isola Re Guglielmo, scoperta nel 1830 da Ross, dove ebbe inizio e conclusione la vicenda. Disceso il Tamigi il 19 maggio 1845 con le navi "Erebus" e "Terror" (con i cui nomi nel '41 James Clark Ross aveva battezzato due vulcani nell'Antartide), sir John Franklin il 12 luglio era in Groenlandia, e poche settimane più tardi (scrive Solmi: per l'esattezza due, ndc.) il convoglio fu visto nella baia Baffin, verso lo stretto Lancaster, da alcuni balenieri. Era il 26 luglio: da quel giorno non se ne seppe più nulla, e ben diciannove spedizioni organizzate per la ricerca non approdarono ad alcun risultato.

La ventesima (ed ultima di queste spedizioni, asserisce Solmi), partita l'1 luglio 1857 e rientrata in Inghilterra il 21 settembre 1859, rinvenne sulla costa della Terra Re Guglielmo, oltre a reperti probabilmente di quegli esploratori, un rapporto che, chiuso in una scatola di latta, va dal 28 maggio 1847 al 25 aprile 1848, dove fra l'altro si legge che sir Franklin era morto l'11 giugno 1847, e raccolse la testimonianza di esquimesi che avevano visto un gruppo di uomini in marcia: ma non chiarì il mistero della loro fine. Come morì Franklin? Di malattia, probabilmente, scrive l'autore. E perché non di stenti, o magari di vecchiaia, posto che contava già 61 anni? (ndc.). Come mai, si chiede ancora lo scrittore, il documento dice che il 28 maggio '47 tutto andava bene, mentre l'11 giugno Franklin era morto? Qui corre forse qualche distrazione, o un refuso, perché (ndc.) l'11 giugno viene dopo il 28 maggio. In ogni modo, v i furono invero successivamente altre esplorazioni di ricerca, che trovarono abbandonati fucili e munizioni, tende bussole e sestanti, indumenti di lana e grandi quantità di cibo, restando incomprensibile il perché i naufraghi li avessero abbandonati.

Molti furono gli esploratori che nel secolo XIX, a partire dal 1844, si avventurarono nel cuore dell'Australia. La spedizione più importante si mise in moto da Melbourne il 20 agosto 1860, con un bagaglio colossale di 21 tonnellate di materiali caricati su carri, e con ventisette cammelli. Ne era a capo un certo Robert O'Hara Burke, sovrintendente di polizia, scelto non si sa perché, in quanto non vantava meriti scientifici e non aveva alcuna esperienza di esplorazioni. Di questo viaggio, Solmi riferisce diffusamente: sino al 2 novembre 1861, quando, a quasi un anno dall'ultimo messaggio di Burke, ne giunse a Melbourne un altro, firmato da un componente della carovana, nel quale si comunicava che il capo ed altri membri erano morti eroicamente senza specificare come né perché. La Royal society che aveva organizzato la spedizione fece partire un gruppo di soccorso, ed anche da altre parti si mossero gli aiuti: che rinvennero, con i resti della spedizione, corpi degli esploratori orribilmente mutilati. In loro onore furono incise targhe ed elevati monumenti (che non sarebbe stato male fossero riprodotti nel libro in tavole fuori testo).

Un altro enigma è quello del colonnello Percy Harrison Fawcett, sparito nel nulla insieme con il figlio Jack e con un amico di questi, nel corso d'una esplorazione dell'Amazzonia nel 1925. Annotiamo come, sul piano formale, oltre ad errori d'ortografia cui abbiamo già accennato, faccia qui capolino anche un errore di grammatica. Ancor più vicina a noi (chi scrive contava quattro anni e la ricorda) la a tutt'oggi irrisolta tragedia del rapimento a scopo di riscatto del duenne figlio del trasvolatore Charles Lindbergh, ucciso pochi minuti dopo il ratto (ma non è vero che il colonnello americano sia stato il primo ad attraversare in volo l'Atlantico: nel 1919 c'era già stato Read - non ne ricordo il nome - , anch'egli in solitario, e poi diversi altri), che commosse tutto il mondo. Questa cronaca pecca di ripetizioni, affermazioni non provate, contraddizioni, omissioni, errori di tempo e di fatto, e di grammatica anche: siam verso la fine del libro, e forse lo scrittore era stanco.

Chiudono la serie l'ultimo volo dell'aviatrice americana Amelia Earhart detta miss Lindy, scomparsa nel Pacifico il 3 luglio 1937, l'abbattimento l'1 giugno 1943 dell'aereo su cui viaggiava l'attore Leslie Howard, che i tedeschi recisamente smentirono di aver scambiato per Winston Churchill e su cui quest'ultimo impudentemente mentì nelle sue "Memorie", e la distruzione del sottomarino atomico "Thresher", schiacciato dalla pressione a 400 metri di profondità il 10 aprile 1963 (qui gli errori del narratore si fanno più fitti, ed il più grave è chiamare stazza quello che nelle navi da guerra è il dislocamento). La mole delle ricerche e consultazioni compiute dall'autore, soprattutto per gli avvenimenti più antichi, palesemente è stata comunque notevolissima, e va ammirato il dettaglio, oltre che dei fatti, anche dei nomi delle persone e delle loro qualifiche. Pur se un indice dei nomi geografici avrebbe comportato un considerevole aumento del numero delle pagine del volume, un indice almeno dei nomi delle persone e di quelli delle navi sarebbe stato utile ed opportuno.

“Il fantasma nella baia” di Angelo Solmi

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