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“Voci di Spagna”, quattro secoli di canti spagnoli e sefarditi a cura di Alberto Mesirca

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Verona, 30 aprile 2016. - recensione di Sergio Stancanelli

Dischi ricevuti

Questo compact disc, autografato e spedito al mio indirizzo di Verona dal chitarrista Alberto Mesirca di Castelfranco Veneto (Treviso) in data non indicata sul plico, mi fu recapitato da PosteItaliane il 22 febbraio scorso. Incognito il cammino compiuto sotto l'egida del servizio postale, risulta con evidenza noto quello cui è sottostato per pervenire alla presente segnalazione datata 29 aprile: ma le ragioni del ritardo sono molteplici, e non mi asterrò dall'esporle, anticipando sin d'ora come non sia di tutto riposo distinguere un pezzo da l'altro e individuare per ciascuno l'interpretazione vocale e/o strumentale.

Corredato d'un opuscolo di 16 pagine – copertina inclusa – redatto, per la presentazione dei pezzi in programma, prima in lingua inglese e dopo in traduzione italiana (5 + 5 pagine), e per le biografie degli interpreti esclusivamente in inglese (4 pagine), l'esemplare del cd era, c'è da credere, destinato al mercato anglosassone. Anche copertina e controcopertina son redatte in inglese, salvo solo il titolo che recita "Voces de Sefarad". «Sĕfārad» vuol dir Ispaña, e sefarditi sono gli ebrei spagnoli, o meglio gli ebrei delle comunità spagnole medievali nonché i loro discendenti che ne adottarono e tramandarono il rito dopo la dispersione e poi la definitiva espulsione dalla penisola iberica, fondando nuove comunità in vari paesi d'Europa (tra cui l'Italia), Africa settentrionale ed Asia minore.

Come già scritto in precedenza ("Trentino libero" 28 aprile), esplorata la Biblioteca nazionale di Istanbul detentrice d'un vasto repertorio di canzoni sefardite, il Mesirca ne sceglie tre, su ciascuna delle quali esaurientemente ci intrattiene nella presentazione da lui stesso firmata: dove, marginalmente, ammette che una delle tre – per inciso, presentate in un ordine diverso da quello in cui vengono eseguite, – non è propriamente sefardita ma fu adottata dalle comunità sefardite e ci è pervenuta grazie alle loro trasmissioni orali. Ai tre brani se ne alternano altri tre o quattro di autori non dichiarati e c'è da credere parimenti anonimi, quale in arrangiamento del chitarrista quali nell'esecuzione d'un quintetto di percussioni turco, i cui strumenti sono, almeno in parte, incogniti al cronista.

Ciò costituisce la parte centrale del disco, preceduta da undici brani d'autori del '500 e del '600, precisamente Alonso Mudarra, José Marin e Juan Hidalgo de Polanco, e seguìta da otto pezzi del '900, di Federico Garcia Lorca, Joaquín Rodrigo, Frederic Mompou e Manuel de Falla. Ben noti la maggior parte di questi ultimi, solo ricorrendo al controllo delle singole durate denunciate in ultima di copertina si riesce ad identificare gli altri pezzi: comunque di impossibile schedatura poi che di ciascuno non sono indicati gli esecutori, e parimenti ad una incerta individuazione è affidata la presenza o no del complesso percussivo turco, e tanto meno di quali fra i suoi cinque strumentisti. Per quanto non sia difficile arguirlo, di fatto non viene mai precisato quando il Mesirca suoni la chitarra barocca e quando quella classica. Neppure sono indicati gli autori dei testi.

Indubbio l'interesse del disco, che si presta ad un ascolto piacevolmente disimpegnato, esso presenta difficoltà notevoli, e per il cronista insuperabili, al fine d'un apprezzamento consapevolmente culturale, a causa delle omissioni informative più sopra elencate. Né, nell'ambito dei canti sefarditi, può essere d'aiuto - se non per musicologi di livello assai elevato, - la cognizione delle precedenti trascrizioni di Jacqueline Du Pré e di Pablo Casals, ambedue per violoncello, e di vari chitarristi, fra i quali Andrés Segovia, mentre per gli altri brani antichi, sia d'autore che tradizionali, non si ha il riscontro di precedenti registrazioni. Né pur, sempre per i pezzi antichi, viene precisato se e di quali raccolte essi eventualmente facciano parte, in tal modo rendendone più impossibile che difficile il reperimento. Tutto ciò, ovviamente, non inficia l'ineccepibile bravura degli interpreti, sia vocale che strumentale. Il testo sul Mompou è di Angelo Gilardino, un maestro con il quale mi onoro di essere in corrispondenza e cui devo, a suo tempo, la segnalazione del mio nome all'allora suo allievo Alberto Mesirca.

“Voci di Spagna”, quattro secoli di canti spagnoli e sefarditi a cura di Alberto Mesirca

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