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Al museo con Grigory Sokolov

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locandina del concerto di Grigory SokolovFuori calendario per Il settembre dell'Accademia in Verona. 47 minuti di Haydn, 55 di Beethoven e 35 di bis

Verona, 22 novembre 2017. - di Sergio Stancanelli

Chi aspettasse di potersi schiarire la gola con un sia pur discreto colpo di tosse a lungo trattenuto, deve desistere: il pianista russo esegue i pezzi in programma senza far pause, non solo fra un tempo e l'altro, ma pure fra una sonata e l'altra. E' un bene - eccezion fatta per chi debba schiarirsi la gola - , perché in tal modo possiamo sottrarci, almeno per le due ore e un quarto del concerto, agli applausi che quotidianamente ci perseguitano, vuoi se capitiamo in uno spettacolo su Raiuno vuoi se assistiamo a un funerale.

Grigory Sokolov, pianista russo nato in Leningrado 67 anni addietro e del quale nel 2017 ricorrono cinquantacinque anni dal suo primo recital pubblico, ha messo in programma ieri sera lunedì 20 novembre musiche del '700 e dell'8oo: tre Sonate di Haydn nella prima parte (47') e due di Beethoven nella seconda (55'), completando la propria esibizione con sei bis (35') come il collega Chittolina di Mantova mi aveva preannunciato il concertista è sòlito fare. Nella biografia pubblicata sul programma di sala della serata si legge dell'infinita varietà delle dinamiche e dei suoni che sa estrarre dallo strumento, e a tal proposito mi sarebbe piaciuto vedere l'articolarsi delle sue dita (e, perché no, le espressioni del viso), ma dai posti assegnatimi dall'Accademia filarmonica di Verona nella prima galleria del teatro Filarmonico mi sarebbe stato necessario disporre, più che di un binocolo, di un cannocchiale.

E' singolare come, mentre in letteratura e in altri campi quali le scienze ci si presenti con i parti più maturi e più recenti, nella musica le composizioni primordiali, per lo più deboli d'invenzione melodica e sempre semplici sino alla banalità nella struttura armonica, ormai da due o tre secoli superate da nuove invenzioni melodiche e dal progresso nella confezione armonica (si pensi a un Piccolo montanaro raffrontato con Notte trasfigurata), vengano esibite come se uno scrittore pervenuto a maturità e fama esponesse le aste e i pensierini tracciati con scrittura incerta sui quaderni d'asilo e della prima elementare. Possiamo perciò dire d'esserci recati al museo, ieri sera, dove, la maggior parte di noi non essendo in grado di vedere la musica come l'autore la scrisse in partitura, essa ci viene esibita da un interprete, come se ci si dicesse: guardate, anzi sentite, l'infanzia della musica classica.
Eseguite con maestria e personalità le Sonate haydniane, non molto difforme è risultata la seconda parte con le due Sonate di Beethoven, lette comunque con intima interpretazione, e seguite, come detto, da ben sei bis, fra cui ben conosciuti due Chopin, individuabile un Mendelssohn, ed incogniti gli altri. All'ultimo dei quali non è escluso possano averne fatto seguito altri ancora, essendoci noi avviati all'ascensore prima di dovere assoggettarci ad una lunghissima coda. A questo proposito va osservato come, per una balconata e due ordini di gallerie comportanti un numero che non conosco ma certamente di alcune centinaia di posti, esista un solo ascensore della portata massima di... tre persone. Lo scompenso costituisce evidentemente un vizio d'origine: ma così non è per il bar del teatro, sempre chiuso da qualche anno e che costringe chi nell'intervallo gradisca un caffè ad uscire all'aperto, nonché per il guardaroba delle gallerie, pure chiuso e che costringe chi non voglia portarsi appresso cappotto e cappello ad accedere a quello della platea, per poi risalire ad avvicinarsi alla Luna.

Il disservizio è tanto più foriero di scomodità quando nell'intervallo si debba uscire e si debba, per causa del freddo esterno, ricuperare e poi riconsegnare cappotto e cappello. E a proposito di quest'ultimo, per quanto personalmente mi riguarda, racconterò come, lasciati alla fine del concerto come già detto di buon'ora i nostri posti per non doverci assoggettare a lunghe code, giunti fra i primi al guardaroba e consegnati gli scontrini, apprendiamo che il mio cappello non si trova. Ad un certo momento, il guardarobiere abbandona le ricerche e si mette a servire altri spettatori. Protesto ad alta voce: serva prima chi è arrivato prima. Mi chiede allora se sono certo di averlo consegnato. M'infurio: si chiami un responsabile del teatro per redigere verbale da valere per il risarcimento. Finalmente il cappello salta fuori, da quale remoto angolo non so, so che viene ritrovato e mi viene riconsegnato.

Percorriamo a piedi la non breve strada dal teatro a casa mia, dove la mia amica ha posteggiato la vettura poi che posteggiare in centro costa ormai una contravvenzione quando non la rimozione, senza incontrare anima viva. La città sembra deserta, paventiamo d'essere rimasti soli al mondo. Nelle more delle ricerche del cappello, gli altri spettatori, serviti da una ulteriore addetta al guardaroba, sono poco a poco sfollati. Non un passante, non una vettura. I semafori danno il verde e il rosso a nessuno che li attenda e ne benefici. Rientrato chez moi, stendo questa cronaca e mi chiedo se essa non costituisca, per quanto riguarda i concerti dell'Accademia, un congedo dai miei lettori.

Per raggiungere il mio posto, alla metà dei gradini che separano i posti centrali da quelli laterali, in mancanza d'un corrimano cui appoggiarmi ho goduto dell'assistenza d'una gentile (e graziosa) mascherina. Per uscirne, sono stato aiutato dal comprensivo ma umiliante intervento di alcuni spettatori e spettatrici, che mi hanno sorretto. E' possibile che quando sarà la volta d'un prossimo concerto, la mia età non m'abbia apportato miglioramenti che facilitino l'accesso a posti di accesso disagevole per un cronista novantenne.

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