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“Sherlock Holmes e la valle della paura”

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Nel cortile Montanari di Verona

La commedia in tre atti tratta dal romanzo giallo di Arthur Conan Doyle è il secondo spettacolo della stagione "Il teatro è servito sotto le stelle" affidata alla Nuova compagnia teatrale di Enzo Rapisarda

Verona, 9 luglio 2016. - recensione di Sergio Stancanelli

Un giorno di qualche decina d'anni addietro, prima che avesse inizio un concerto cameristico estivo in aperta campagna, un giovane, con cui ci si conosceva bene, andava distribuendo biglietti da visita dove si qualificava «musicologo».

Il termine, conoscendo come ho detto il soggetto, mi lasciava perplesso, poi che m'appariva inadeguato, proprio come se ad attribuirmi tale qualifica fossi stato io, cui appare presuntuoso già il qualificarsi critico - musicale o letterario o d'arte che sia - , tant'è vero che son solito definirmi cronista. Sul programma della serata, la presentazione dei pezzi musicali e del complesso che li eseguiva era firmata da lui, che ne costituiva la parte conduttrice (pianoforte), e che – per tre volte: non si trattava d'un refuso,– chiamava «ensamble» quello che in effetti era - occorre dirlo? - un ensemble. Al termine del concerto, fui avvicinato da alcuni spettatori, i quali, per bocca di uno di loro che si presentò – ricordo ancora le sue generalità– , mi espressero indignazione per lo strafalcione firmato da un "musicologo", e mi chiesero di farne cenno sul giornale – ero allora collaboratore del quotidiano "l'Arena" – nella mia recensione. Invece di suggerire a quelle persone di indirizzare in merito una lettera al direttore del giornale veronese, commisi l'ingenuità di segnalare in proprio, se pur con garbo, lo svarione. Ad onta delle lodi tributate alle interpretazioni, ciò mi costò il bando dall'accredito agli ulteriori concerti di quella rassegna. Come seppi in sèguito da alcuni dei componenti il complesso, il conduttore aveva indetto una riunione, nel corso della quale aveva denunciato la mia interferenza e proposto di scrivere una lettera di protesta al direttore del giornale: dal che era stato dissuaso poi che, gli era stato fatto notare, egli aveva torto. Quanto a me, la prima volta che ci s'incontrò mi rampognò duramente: «Con tutto quello che ho fatto per lei». Per me, nulla aveva fatto più che accreditarmi ai concerti del suo gruppo allo scopo di averli recensiti: ed anzi, una volta che dopo un concerto ero passato a salutare lui e gli altri strumentisti, li avevo trovati che brindavano, e non ero stato neanche invitato a bere un sorso con loro. Ma tant'è: forse avermi accreditato veniva considerato un'opera di misericordia. Condizionata, evidentemente.

Ora che sono in pensione, andare a teatro la sera e poi stilare una nota e vederla pubblicata, mi distrae e mi conforta. Ma so che con l'essere obiettivo rischio grosso. D'altra parte, se non lo fossi gli spettatori ch'erano presenti avrebbero ragione di pensare ch'io sia al servizio dei recensiti anziché dei lettori, e che io sia sul libro paga di quelli anziché del giornale. Inoltre, voglio far osservare come i miei rilievi, se ritenuti giusti, possano essere utili ai recensiti, qualora vogliano prenderne atto, più che al pubblico cui son destinati, il quale, li condivida o no, lo spettacolo ormai se l'è bell'e visto e goduto così com'era. Vengo al punto. Per le sere di venerdì, sabato e domenica, nel cortile Montanari in via Stimate 4, è in calendario il secondo spettacolo della XVIII stagione estiva "Il teatro è servito sotto le stelle" affidata alla direzione artistica di Enzo Rapisarda per l'organizzazione della sua Nuova compagnia teatrale con il patrocinio di Comune, Provincia e Regione. In programma "Sherlock Holmes e la valle della paura", una inedita commedia che Rita Vivaldi ha tratto dall'ultimo romanzo giallo (1915) di Arthur Conan Doyle per la regia del Rapisarda. Invio una mail al vecchio amico Enzo – tale lo reputo poi che ci conosciamo da diciott'anni, pur se ultimamente ho trascurato i suoi spettacoli in quanto non avevo dove recensirli, – augurandomi che non gli sia dispiaciuta la mia recensione a "Miseria e nobiltà", e chiedendogli se per i prossimi spettacoli devo chiedere l'accredito volta per volta, o posso presentarmi direttamente al botteghino. La domanda è giustificata dal fatto che allo spettacolo precedente la platea vedeva occupati una trentina di posti su un totale di circa duecentottanta (sto tentando un approssimativo conteggio mentale) dei quali dispone. La risposta, che benevolmente definisce divertente la mia recensione, mi prescrive dover chiedere gli accrediti volta per volta entro il giovedì precedente, e – ahi ahi – mi si rivolge dandomi del lei. Inoltre m'informa che lo spettacolo del sabato non avrà luogo per causa della concomitanza con una partita di calcio: non so se per la previsione d'uno scarso afflusso di spettatori, o se perché vogliano assistervi in tivù anche i componenti della compagnia.

Telefono all'amica Ninfa, che mi ha fatto compagnia allo spettacolo precedente, la quale mi obietta d'avere impegni pomeridiani che non sa a qual ora la lasceranno libera. Invito l'amica Anna Maria, una soprano che nel centro comunale Tommasoli interpretò anche musiche mie e che a sua volta mi ha invitato al suo prossimo concerto, la quale mi oppone di non possedere più l'udito di una volta, e che agli spettacoli di cui si tratta non va perché gli attori recitano a bassa voce e lei fa troppa fatica a capire quel che dicono. Provo con altre ed altri, e non cavo il ragno dal buco. Diego mi dice d'esserci andato la settimana scorsa (non la stessa sera in cui vi andai io) e che di alcuni interpreti non riusciva a capire cosa dicessero. Carlo dice che, con proprio rammarico, da tempo non va più a quegli spettacoli poi che, nonostante il suo apparecchio acustico costatogli a suo tempo due milioni di lire, fa troppa fatica a capire quel che vien detto. Gli faccio presente che la circostanza è stata da me segnalata, e che quindi forse vi verrà posto rimedio, o curando una maggiore emissione di voce, oppure microfonando gli attori. Mi obietta che la situazione è tal quale da molto tempo, e che allestire un impianto d'amplificazione non è cosa che possa improvvisarsi. All'ultimo momento riprovo con Ninfa: è domenica pomeriggio, forse adesso è in grado di sapere se a sera potrà esser libera. Sergio, mi dice, sarò sincera: io l'altra sera ho fatto una fatica bestia a capire quel che dicevano. Il teatro dev'essere divertimento, non sofferenza. Mi dispiace.

Così, alle 21 inforco la bicicletta e m'avvio. Mi presento al botteghino: Ho prenotato due posti, dico, ma sono solo. S'accomodi. Non ho un posto prenotato, ma di posti disponibili ce ne sono quanti la volta scorsa, o poco meno. Non è a dire che la Compagnia non si pubblicizzi: le ragioni di così scarsa presenza devono essere altre. In terza fila sulla destra c'è una sfilza di posti liberi, siedo accanto ad una giovane signora. Poco dopo alla mia destra viene a sedere una giovane coppia. Sono le 21.35 quando in platea, sulla sinistra, ai piedi del palcoscenico, compaiono due personaggi che parlottano fra loro. Parlottano per cinque minuti ma delle loro voci non si ode un alito. Da un altoparlante posto in alto sulla destra provengono suoni appena percettibili ma indecifrabili. Alcune bimbe in prima fila fanno gesti come per chiedere cosa dicano e cosa quelle presenze significhino. Quelle che c'è da credere siano le loro mamme rispondono con gesti come a dire e chi lo sa. Alle 21.40 compaiono sul palcoscenico i due personaggi principali della vicenda: l'investigatore di cui al titolo ed il suo alter ego Watson. La versione teatrale ha scelto la via più facile della trascrizione: gli attori in scena non sono più di due per volta. Se ve n'è un terzo, questi per lo più tace. Nella fattispecie, dei due l'uno ha voce chiara e squillante, l'altro si sente e si capisce poco. Soprattutto, vanno perdute le parole finali d'ogni frase che pronuncia. Dopo un diecina di minuti, entra in scena un terzo personaggio: è un testimone, che viene interrogato dal protagonista. Questa volta, del suo dire non si capisce nulla. Dopo un po', mi volgo alla giovane che mi sta accanto e, dopo averle offerto una caramella, le chiedo: Lei capisce qualcosa? Neanche una sillaba, mi risponde. Interviene la signora che mi sta a destra: Non è che non si capisca, è che non si sente. Altri dieci minuti, e, dopo un breve vuoto di palcoscenico, ricompaiono i due insieme con un'avvenente signora (che entra da sinistra ed uscirà da destra), la quale oltre ad essere interprete è – apprendiamo dal programma di sala dello spettacolo, – la trascrittrice del testo. Di lei la voce si sente, ma non abbastanza per capire quel che dice. Impossibile di conseguenza riferire la trama della vicenda, sintetizzata nel programma di sala solo con poche parole: «In un'antica dimora del Sussex un uomo è stato assassinato in circostanze misteriose».

Alle 22.10, fine del primo dei tre atti. Non ho riferito che già da un po' di tempo in cielo rumoreggiano tuoni forse lontani (non si vedono lampi) ma minacciosi. A questo punto, chi lasci lo spettacolo ha l'alibi del timore della pioggia. Sino all'uscita dal vicolo sornionamente conduco la bicicletta a mano. Una grossa autovettura posteggiata accende i fari e sta per partire. Dottor Stancanelli, mi si rivolge la voce d'una figura che s'affaccia al finestrino, vuole un passaggio? la bici possiamo metterla nel portabagagli. Grazie, rispondo, non credo che pioverà. Allora, mi vien replicato, lei se ne va per lo stesso motivo per cui me ne vado io. Di sèguito, io chiedo chi sia lui, ed apprendo che non ci conosciamo, anche se lui conosce me - dice - come giornalista e critico: ma ciò è estraneo alla cronaca dello spettacolo. Sopraggiungono le mamme con le bambine. Ce ne andiamo, eh, fa l'automobilista. S'è fatto tardi per le bimbe, risponde una signora. Già, commenta lui, come se prima non lo sapessero. Prendo congedo e inforco la bici. Tuoni non se ne odono più. Quando arrivo a casa non è caduta una goccia di pioggia e il cielo è sereno. Mi sorprendo a dir meco medesimo: peccato. Sì, è proprio un peccato. Post scriptum: il 7 luglio ricorre l'anniversario dalla morte dell'autore, nato in Edimburgo (Scozia) nel 1859 e scomparso in Crowborough (Sussex) nel 1930.

 

 

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