La commedia “L’avaro” di Molière

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messa in scena dalla compagnia "Tremilioni" per la regia di A. Sartor.

Quarto spettacolo della Stagione teatrale organizzata da Enzo Rapisarda nel cortile Montanari di Verona. Allestimento ottimo compromesso dalla mancata bonifica della platea da zanzare e altri insetti pungenti

Verona, 9 luglio 2016. - di Sergio Stancanelli

Arrivo alle ore 21.10 e mi devo sorbire venti minuti – anzi venticinque perché lo spettacolo ha inizio cinque minuti dopo l'orario fissato che è alle 21.30, – di bombardamento acustico che esce dagli altoparlanti posti ai lati della platea all'altezza della sesta delle quattordici file di poltroncine. Bum e bum e bum e bum, senza melodie né armonie, solo un'insopportabile ritmica elettronica. Ho preso posto in una delle prima file ed arretro nell'ultima: quando lo spettacolo incomincia, ritorno ad avvicinarmi al palcoscenico.

La commedia è la celeberrima "L'avaro" di Molière, originariamente (1668) in cinque atti, qui ridotta a tre – leggo nel programma di sala, un pieghevole a tre ante in sei pagine di cui cinque dedicate alla biografia dell'autore, alla storia della commedia dalle fonti alle rappresentazioni, alla trama, ed a valutazioni critiche, scritte - una volta tanto - in una lingua italiana inappuntabilmente corretta, – con l'eliminazione di alcune scene e personaggi secondari. La regia è firmata Antonio Sartor, e – mentre non è indicata la sede della Compagnia (che una successiva trasmissione di tre foto con messaggio del presidente Lucio Zuliani - che mi ringrazia per essere intervenuto - mi precisa essere in Conegliano, Treviso), – gli interpreti rispondono ai nomi Lucio Zuliani (Arpagone), Andrea Stivanello e Sara Marchiori (i suoi figli Cleante ed Elisa), Zarina Ospanofa (la promessa sposa di Arpagone che è innamorata di Cleante), Fabio Miotti (il promesso sposo di Elisa), Cristiano Barchetta (l'innamorato di Elisa), Rosa Piccoli, Gaetano Perchinelli, Fabio Dorigo e Mirko Lovisa.

I costumi, con richiami all'epoca della vicenda, sono di Marilina Maset, e la scenografia, con artifizi intenti alla funzionalità, è di Francesca Pavan. Regia ed interpretazione si attengono ai canoni classici; le voci son tutte amplificate ma – se se ne eccettuino un paio, – non ne avrebbero bisogno poi che s'attengono ad un volume sufficiente a renderle udibili in diretta sino in fondo al cortile. Quel che ad un certo momento determina l'esodo di singoli spettatori, a partire da circa quarantacinque minuti dopo l'inizio del primo atto, è la mancata bonifica della zona, invasa da zanzare ed altri insetti pungenti che determinano nella platea un altro spettacolo oltre a quello ufficiale che si dipana sul palco: uomini e donne e bambini che si soffregano il viso e il collo, e si grattano le braccia, gli stinchi e le caviglie, affetti da insopportabile prurito determinato dalle punture, che alcune signore attrezzate tentano di evitare sventagliandosi volto e gambe.

Pubblico più scarso del solito, solo le prime due o tre file di poltroncine sono parzialmente occupate, oltre ad alcuni spettatori isolati sparsi qua e là: su circa duecentottanta posti disponibili su quattordici file, ho contato quaranta spettatori. Posso accertare per constatazione diretta che la pubblicizzazione era stata estesa e capillare. Sarebbe dunque interessante indagare sul perché d'una così vasta defezione. Sono previste, come per tutti gli spettacoli di fine settimana, due repliche.

La commedia “L’avaro” di Molière