Teatro nei cortili Estate 2016

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Comune di Verona, assessorato alla cultura

Nel chiostro sant'Eufemia "La corte dei piccoli miracoli": i barboni altro non sono che esseri umani – In margine, prosegue la progressiva sostituzione della lingua italiana con quella inglese: opponiamoci!

Verona, 14 luglio 2016. - di Sergio Stancanelli

Abitava, Silvia, col papà e la mamma a pochi passi da casa mia, spesso ci si scambiavano visite. Ricordo che un giorno arrivarono mentre ascoltavo il divino Concerto per violino di Sibelius. Cos'è 'sta roba, disse lei, chiudi, chiudi. A parte questo, la sera spesso m'accompagnava a teatro. L'ultima volta s'andò al Nuovo dove una Mazzantini ed una Billi interpretavano una schifezza di commedia scritta dalla prima per la regia d'un Castelletto marito della seconda.

Ma vorrei sapere come va a finire, obiettò lei. Io me ne vado, ribadii: se vuoi rimanere, rimani. Venne via con me. Al guardaroba, a ritirare i cappotti, c'erano altri spettatori, particolarmente coppie non più giovani, schifati da tanta volgarità. Poi le mancò il papà, poi la mamma. Rimasta sola, si ritirò ad abitare in altra zona, e ora ci si vede una volta l'anno. Perché non invitarla, mi dico. Le telefono per gli spettacoli in cortile Montanari, dove sono accreditato, ma dice no, le piacerebbe andare nel chiostro sant'Eufemia. Non indago sulle ragioni della predilezione: il chiostro sant'Eufemia mi va benissimo, oltre tutto in quella scuola media io insegnai educazione musicale.

La sera, recandomi in bicicletta nel cortile Montanari, passo da sant'Eufemia, ne catturo il calendario, e mi accredito. Son già trascorsi quattro spettacoli, con le compagnie Artefatto teatro, Gtv Niù, Spazia teatro e La pocostabile. E' il turno della compagnia indigena Micromega, presente su quel palcoscenico per otto giorni. Lo spettacolo che andiamo a visionare è "La corte dei piccoli miracoli", sottotitolo – o forse titolo originale? – "Clochard" d'un a me incognito Aldo Cirri, su cui il programma di sala non mi illumina. Barboni. Gente che vive ai margini della società, in una piccola corte fra le rovine d'una vecchia chiesa e il retro d'una trattoria. Dentro ai loro stracci – leggo la trama sul programma di sala, –battono cuori dove albergano amore, pietà, speranza. Sentimenti che nello squallore d'ogni giorno, fra esplorazioni nei cassonetti delle immondizie e diverbi che giungono alla violenza, emergono e producono del bene, piccoli miracoli della vita quotidiana.

La regia di Enrico Martella e l'interpretazione dei dieci attori sono inappuntabili sotto ogni aspetto. Le voci sono forti e chiare e giungono quasi tutte e quasi sempre perfettamente comprensibili nell'ultima delle dieci file della platea, dove la mia amica ed io ci siamo accomodati. Mi par giusto menzionare anche i nomi degli attori che – alcuni molto bene, - impersonano i personaggi: Enrico Pasetto, Lorenzo Goldin, Sandra Duzzi, Roberto Ripamonti, Beatrice Varalta, Matteo Fabris che s'alterna con Gionata Bellotti, Federica Leonardi, Ilaria Duzzi, Gaetano Costa ed Elena Leardini. La scenografia non pecca d'originalità, ed i costumi vedono gli stracci dei due principali protagonisti maschili consistere in due completi con tanto di giacca, artatamente e poco credibilmente sporcati nelle maniche e nei pantaloni. Manca loro soltanto la cravatta. La pretesa prostituta si presenta come una più che attraente fusiforme figura di giovane femmina di raffinata eleganza e di alto lignaggio.

Se alcuni dettagli cui ho accennato stonano nella descrizione dell'ambiente, quel che infastidisce è la volgarità del linguaggio, diseducativo per i giovani ed imbarazzante per le persone civili che si siano recate a teatro in compagnia di persone civili. Inizio dello spettacolo previsto alle 21.15, effettivo – dopo sollecitazioni manuali – alle 21,25. Durata annunciata un'ora e quindici minuti; effettiva 37' e 27' (lo spettacolo è in due tempi) con 16' d'intervallo. Durante il quale prendo al fornitissimo bar un ottimo caffè all'esiguo costo di 50 centesimi. Bella la musica che apre, e ricompare poi nel corso dello spettacolo: trattasi del tema conduttore dal film "Il laureato", che i tecnici cortesemente ci informano titolarsi "The sound of silence", autori Simon & Garfunkel. Platea (200 posti circa) occupata quasi al completo, con pochi posti qua e là rimasti vacanti. E sì che siamo non alla prima bensì al terzo giorno di rappresentazione.

All'uscita un volantino pubblicizza per sabato e domenica, non è specificato di qual settimana, "Rafting in Adige, l'incanto di Verona da un altro punto di vista". L'amica che conosce la lingua inglese mi spiega che Raf è l'aviazione – se pur quella da guerra – britannica, mentre ting le è parola ignota, e giurerebbe inesistente. Comunque, si tratta forse della possibilità di godere d'una panoramica della città patrimonio dell'umanità dal cielo: anche perché dall'alto non si notano i giardini ingombri di spazzatura, le strade e i marciapiedi sconnessi, le piante e gli alberi le cui fronde invadono i marciapiedi costringendo i pedoni a scendere sulla carreggiata, i prati recentemente realizzati attorno a laghetti e piscine fangosi e rigurgitanti acqua. L'acqua invero in certo modo deve entrarci, perché un'illustrazione presenta un gommone con rematori e rematrici che s'avvia a transitare sotto un ponte. La presenza dei remi contraddice la tesi secondo cui potrebbe trattarsi di profughi in cerca d'accoglienza.

 

Teatro nei cortili Estate 2016