Installazioni d’arte e serata futurista nella campagna veronese

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In frazione Pilastro di Bonavigo

Due fanciulle mi conducono a scoprire una duplice manifestazione d'interesse inatteso e incredibile, ch'è alla XV edizione e di cui ignoravo l'esistenza – Cose belle e inaudite a beneficio di pochi intimi

Verona, 15 luglio 2016. - di Sergio Stancanelli

Nel tardo pomeriggio l'amica Sandra, cui si deve lo spettacolo "Medea" nel laboratorio delle Armonie in Verona ("Trentino libero" 8 maggio 2016), mi telefona: Cosa stai facendo? cosa stai per fare? cosa farai stasera? – lo scrivo con una sola "s", anche se il mio papà voleva che andasse scritto con due – . Andrò a teatro con Mariella, in cortile Montanari, dove l'amico Rapisarda mette in scena "Miseria e nobiltà", che tu hai rifiutato. Ah già, non ricordavo. C'è una festa in campagna, sulla strada di Roverchiara. Ma domani si replica. Hai impegni? vuoi venire? Domani son libero, e verrò volentieri, per il piacere di stare con te. L'indomani ci si risente. Allora, passiamo a prenderti alle 20,30.

Immagino arrivi in compagnia d'un nugolo di corteggiatori. Invece il plurale è dovuto solo alla presenza di sua sorella, Maria. La scelta della strada giusta non è di tutto riposo, ma con la consulenza di qualche passante, alle 21.20 siamo a destinazione, in frazione Pilastro del comune di Bonavigo, mai sentiti nominare prima d'ora. In aperta campagna son allestiti – come chiamarli? – cumuli di legname o di pietre disposti in forme – come dire? – monumentali, geometriche, di cui non capisco il possibile utilizzo, il senso, lo scopo, sino a che non m'illumino: vogliono essere opere d'arte. E a mio avviso lo sono veramente, pur nella loro evidente ed inevitabile caducità: fra qualche giorno non saranno più. Neanche puoi, volendo, conservarle e salvaguardarne l'esistenza: per la loro natura e per le loro dimensioni (qualche decina di metri di diametro), anche senza considerarne le strutture effimere – gli elementi che le compongono sono solo accostati e sovrapposti gli uni a gli altri - , queste installazioni poggiano sul terreno ma non vi sono ancorate. Non si può portarsele a casa, tutt'al più si dovrebbe costruire una casa attorno ad esse.

Opere d'altro genere, come scatole trasparenti contenenti colori luminescenti, si trovano al coperto nell'interno di locali che furono stalle o ripostigli, nell'intento di salvaguardarli in caso di pioggia. Vi son cataloghi, ma per la maggior parte corredati d'un cartello «Solo in visione». Mi si era parlato di una festa campagnola, immaginavo valzer, polche e mazurche, non ho portato con me una macchina fotografica. Mi approprio degli opuscoli liberi da prescrizioni vincolanti, da lì trarrò qualche illustrazione per l'articolo che mi riprometto di scrivere. Nella nostra esplorazione non abbiamo compagnia: né di visitatori né di artisti, nel buio della notte che ci attornia non c'è anima viva. Le serate ufficiali erano avantieri ed ieri, questa sera gli autori delle opere esposte sono già ripartiti.
C'è un'abitazione, e vi vengo condotto. Il proprietario è Umberto Palazzo, è lui che tutti gli anni, insieme con Jolanda Martini di Verona, organizza questo po' po' di mostra, all'aperto e al chiuso, la quale quest'anno è giunta alla sua XV edizione, e della quale il noto e informatissimo critico d'arte che mi ritrovo ad essere stato, non ha mai avuto sentore. Intervisto l'organizzatrice, dalla quale apprendo che ogni anno, con patrocinio concreto del Comune, vengono invitati pittori e scultori ed operatori italiani e stranieri, i quali allestiscono installazioni e organizzano rappresentazioni per la durata di tre giorni, l'ultimo venerdì di giugno sino alla domenica. Le chiedo di trasmettere qualche fotografia al mio giornale, e ne ricevo assicurazione. Intervisto poi il proprietario, che mi informa sull'origine della rassegna, denominata "Pilastro Art Farm", iniziata a cavallo del millennio nell'occasione dell'incontro con allestitori austriaci. Anche al signor Palazzo chiedo l'invio di foto, ma interviene la gentile Martini che m'interrompe: delle foto, dice , m'occupo già io.

Nel salone, proprio soli non siamo: ci sono alcune persone, fra cui una coppia di anziani che immagino siano abitanti del luogo. Qualcuno stende una grande tovaglia su un grande tavolo, ma non è una cena che viene approntata (le pappe verranno dopo, e raffinate): con mio stupore e meraviglia che non ho parole per descrivere, i due anziani che ho creduto indigeni prendono a recitare in linguaggio dadà. Sono testi di Hugo Ball, Tristan Tzara e di una a me incognita Enrica Piubellini. Oltre tutto, del dadaismo, sorto in Zurich nel 1916, quest'anno ricorre il centenario. Dal dadaismo al futurismo il passo è breve, e quando l'uomo cita le parolibere non mi trattengo dall'intervenire ricordando come in Verona viveva, insieme con Renato Righetti (detto Di Bosso dal Marinetti) e Piero Anselmi, il cagliaritano Bruno Aschieri, che al mio studio di relazioni pubbliche dedicò appunto una parolibera. Tutti mi furono amici, mi frequentavano, ed io uno ad uno li intervistai per "l'Arena".

Terminata la recita, intervisto i due attori. Si chiamano Carla Bertòla e Alberto Vitacchio, sono di Torino, dal 1978 pubblicano la rivista multimediale d'arte, poesia e cultura "Offerta speciale", dei cui ultimi numeri mi fanno omaggio. Sono le 23.25 quando ripartiamo: questa volta la strada giusta è nota, e a mezzanotte e dieci io sono a casa. Ho dimenticato su quel tavolo il grande manifesto della manifestazione, edizione 2016, procuratomi dalle mie amiche, dal quale avrei potuto forse trarre ulteriori notizie: ma fin che la memoria è fresca e l'entusiasmo vivo, trascorro la notte scrivendo la cronaca della serata. Non lo trasmetto, però: aspetto le foto. Sino a che non mi stanco d'aspettare e decido di contentarmi di quanto ho prelevato e di quanto mi è stato donato.

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