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«Honky Tonk»

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«Il bar degli equivoci»

Una commedia scritta e diretta da Elena Merlo

Nel chiostro sant'Eufemia una nuova compagnia amatoriale di prosa

Verona, 21 luglio 2016. - recensione di Sergio Stancanelli

L'amica Silvia Golinelli, non si sa se discendente dal celebre pianista e prolifico compositore Stefano – del quale una volta le misi a disposizione la registrazione delle musiche senza riuscire a destarne alcun interesse – , mi telefona: la regista dello spettacolo che in questi giorni viene rappresentato nel chiostro sant'Eufemia di Verona, ti aspetta. E me ne fornisce telefono, e-mail e sito. Silvia però è impegnata, sicché vado da solo. Nel chiostro della scuola media dove fui docente, è in corso la rassegna "Teatro nei cortili", organizzata dall'assessorato alla cultura del Comune e riservata alle compagnie amatoriali.

E' il turno dell'associazione teatrale culturale "La bugia", che mette in scena "Honky Tonk, il bar degli equivoci", commedia brillante in due atti di Elena Merlo, per la regia dell'autrice. La compagnia mi è incognita, quando firmavo per il quotidiano locale "l'Arena" non esisteva. Ne ignoro genesi e storia, e in merito il programma di sala non mi illumina, così come non mi informa intorno alla biografia dell'autrice e regista.

La commedia prende avvio da un annuncio economico per la ricerca d'una compagna che uno dei personaggi pubblica su un giornale. La trama è ben esposta sul volantino della serata, e di meglio non trovo che trarnela. «Bethel, piccola città rurale dello stato di New York, ove il 14 agosto 1969, nell'Honky Tonk della famiglia Rivera, tutto è pronto per accogliere i giovani hippie che per tre giorni parteciperanno al grande evento "Peace & rock", il festival di Woodstock, che diventerà una pietra miliare della musica leggera.

A gestire il locale sono la proprietaria, Susanna, una italiana emigrata negli Stati uniti, ed i suoi due figli, Harvey e Lily, i quali hanno voglia di avventure più che di lavorare. Altri personaggi sono una cameriera scansafatiche, Jane, e gli avventori Fred, gran consumatore di birra, Joe, un hippie, Roussel, reduce di guerra, e Charly, amico di Harvey. Non manca il classico pianista di country music.»
Riporto i nomi come stampati sul programma nonostante il dubbio di qualche refuso: ma ciò che mi lascia perplesso è l'insegna del bar.

In New Orleans e negli States del sud, all'inizio del secolo XX, si chiamavano honky tonky quei locali pubblici riservati al sottoproletariato nero, dove la birra scorreva a profusione, e la musica – ragtime, blues, boogie woogie, – veniva eseguita da un pianista, su cui un cartello raccomandava di non sparare. Anche un famoso boogie del pianista Mead Lux Lewis, inciso nel 1929, riporta la forma tonky: "Honky tonky train blues".

Quanto a Bethel, cittadina probabilmente ben nota agli apprezzatori del rock, mi è incognita, se non per una località omonima ubicata però in Palestina ed oggi identificata con l'attuale Beitin, a nord di Gerusalemme.
Venendo allo spettacolo, giungo in platea con oltre un quarto d'ora d'anticipo. L'autrice e regista mi ha fatto riservare il posto centrale della prima fila.

La lettura del programma di sala mi tiene occupato per pochi minuti; dedico il tempo d'attesa volgendomi ad osservare il pubblico. I posti son quasi tutti già occupati, e sì che siamo alla quarta replica. Mancano ancora dieci minuti alle 21.15, ora d'inizio dello spettacolo, e penso d'impiegarli andando a prendermi un caffè. Ma il bar è più lontano di quanto immaginassi, e quando rientro l'orario è trascorso da cinque minuti. Faccio appena in tempo a riprender posto che le luci in sala si spengono e s'accendono i riflettori che illuminano il palcoscenico: mi sorge il dubbio che s'aspettasse me.

Non racconterò i dettagli della vicenda, limitandomi a dire dell'originalità e buon gusto dell'invenzione, della comicità di molte situazioni, e della bravura interpretativa degli attori, tutti convincentemente calati nella parte, anche se qualcuno con insistenze eccessivamente ripetitive della regia. Mi par giusto menzionarne i nomi: Roberta Gini, Luca Bogoni, Nicoletta Zampieri, Giada De Fanti, Lorenzo Vincitori, Girolamo Luppino, Alberto Talpo e Gianni Viero. Considerate altre esperienze su cui ebbi occasione di riferire, voglio anche dire che le voci son tutte chiare e forti.

Nell'intervallo arrivo sino al bar, e quando rientro il secondo atto è già incominciato: l'occasione mi consente di constatare come le voci giungano forti e chiare anche a l'ultima fila di poltroncine. Il pianista è Mario Ambrogi, e suona musiche proprie, che una volta tanto sono canto, voglio dire melodia e armonia, non fracasso demenziale e ritmica ossessiva. La scena, funzionale, è di Mirco Cremascoli. I costumi sono dell'attrice Gini. Durata 40' e 35' con 10' d'intervallo.

«Honky Tonk»

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