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Interrogato il morto non risponde

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illustrazioneVerona, 11 dicembre 2017. - di Sergio Stancanelli

Nonostante che precedenti acquirenti avessero voluto dissuadermene, acquisto una confezione di Insalata di mare Agnelli gastronomia e trovo nella scatola, insieme con celenterati durissimi, un pezzo di testa completo di becco e quattro frammenti di plastica. Scrivo al Direttore generale della Casa per informarlo di cosa il personale o le macchine lasciano che s'introduca nelle confezioni. Mi aspetto un ringraziamento per la segnalazione, delle scuse, e magari l'omaggio di qualche scatola senza corpi estranei. Nulla di tutto ciò: il Direttore neanche mi risponde.

Quando l'ufficio stampa dell'editore Ugo Mursia mi inviava i bollettini delle novità, su uno trovai scritto «l'unico forno crematorio d'Italia – la risiera di San Saba» (sic). Come ormai da decenni è ben accertato, anche a sèguito di due processi – l'uno in Italia e l'altro in Jugoslavia - , la riseria di San Sabba a Trieste, erroneamente detta risiera, era un campo di transito, neanche di concentramento: non di sterminio. Non c'erano né camere a gas né forno crematorio, salvo quello, di piccoli dimensioni, per l'incenerimento dei rifiuti solidi quotidiani. Se non bastasse l'avvenuta assoluzione degli imputati (condannati semmai per altre ragioni), l'inesistenza di crimini di guerra è attestata dallo storico prof. Pier Arrigo Carnier – con il quale ho conferito personalmente, – nel suo libro "Lo sterminio mancato" edito proprio da Mursia: vedansi in particolare le pagine 166/7. C'era da chiedersi se l'errata informazione - storicamente infondata e diffamatoria per i responsabili sia italiani che tedeschi di quel campo i quali invece fecero quanto poterono per sottrarre alla deportazione in Germania gli internati - , assai diffusa per causa d'una incompetenza viscerale, fosse contenuta nel libro di cui si trattava ("A colloquio con il Duce" di Garobbio & Viganò) o fosse parto della cap'ufficio stampa della Casa editrice, Aurora Malaspina: la quale, interpellata, neanche mi rispose.

Sull'invito, riservato alla stampa (PRESS), sta scritto: «Mercoledì 12 ottobre, 17.15, Verona piazza Bra, partenza per ArtVerona; 17.30, VeronaFiere, padiglione 8, visita dell'esposizione». Alle ore 17.15 mi reco in piazza Bra dove, penso, ci sarà un pulmino, forse davanti alla Gran guardia. Non c'è nulla, ma immagino che arriverà; arrivano intanto vari colleghi, guardiamo a dritta e a manca ma non compare nulla: alla fine, saremo una diecina, passate le 17.30 ce ne andiamo per i fatti nostri. Da casa telefono all'ufficio stampa indicato sull'invito, 045.8013546, e conferisco con una voce femminile cui esprimo la mia perplessità, ottenendo in risposta «Non so, non saprei, non saprei dire». Se non lo sa lei, chi altri può saperlo?, dico, e quella «Mi lasci il suo numero ché m'informo e la richiamo». Che nessuno mi abbia richiamato si evince dal fatto che scrivo questa segnalazione.

Martedì 21, ore 18.30, più impietosito che infastidito, telefono ai Vigili urbani di Verona (045.8078411) per segnalare che nel palazzo di fronte al mio è stato chiuso su un poggiolo un cane il quale, da tempo, più che abbaiare guaisce. – Ho le pattuglie tutte in giro, appena me ne rientra una la mando – mi viene risposto. A distanza di sei ore, il cane è stato fatto rientrare e le pattuglie devono essere ancora tutte in giro.

Quando collaboravo al "Secolo d'Italia", Priscilla Del Ninno, recensendo un libro d'immagini di Luciana Baldrighi, lo chiama raccolta, sfilata, galleria di ritratti. Il sommario dell'articolo, invece - non dovuto all'autrice - , parla, a grandi caratteri, di «Una carrellata». E' un errore assai frequente, che ho già più volte rilevato anche sullo stesso quotidiano di Alleanza nazionale, e più recentemente ho segnalato su "Trentino libero". «Carrellata» è termine prelevato dal linguaggio cinematografico, dove significa avvicinamento o allontanamento della macchina da presa rispetto al soggetto. Si chiama così perché, per realizzarlo, la cinepresa è posta su un carrello che viaggia su binari. «Panoramica» è invece il movimento della macchina in senso orizzontale, per lo più da sinistra verso destra, ma anche verticalmente (per esempio, per riprendere un campanile), allo scopo di raccogliere ed offrire una visuale, un panorama appunto, più vasto di quanto un fotogramma possa contenere. Scrivo al direttore affinché richiami i suoi titolisti all'uso appropriato delle parole, ma, passano gli anni, la castroneria periodicamente ricompare imperterrita.

Titolava il "Secolo d'Italia" in un servizio su otto colonne "La multa ai bambini senza scontrino al posto della lotta all'evasione fiscale". Il reato per il minorenne è previsto in una circolare del Ministero delle finanze. Riferiva, l'articolo, di multe all'uscita da scuola per poche lire di caramelle, brioche, dolciumi, per un gelato, per un taglio di pizza consegnato in mano in un tovagliolino di carta. E riportava il testo della circolare: «Anche se a rigore gli acquisti compiuti dal minore sono invalidi per difetto di capacità di agire, essi costituiscono una realtà di fatto insopprimibile», sì che «negli acquisti correnti il minore è considerato capace». Così si legifera, oggi, nella patria del diritto. La cosa mi ha riguardato personalmente. In piazza Bra, a Verona, tempo d'estate, mio figlio ha offerto una granita alla sua ragazzina. C'era, nel tempo di cui parlo, un chiosco stagionale dove si facevano e si vendevano a 1000 lire l'una (50 centesimi di euro di adesso). I due ragazzi s'allontanano con le due coppette di cartone in mano e due individui li fermano: lo scontrino? Il chioscaiolo non gliel'ha dato. Sono 36ooo (trentaseimila) lire di multa. Il bimbo abita nei pressi, lascia la bimba in ostaggio e sale in casa a farsele dare dalla mamma. E' stata una fortuna ch'io non mi trovassi nell'abitazione: sarei finito in galera. E avrei sbagliato: uno sputo in faccia e una scarica di pugni li merita chi ha redatto la circolare.

Di solito, per partecipare a un concorso risulto sempre fuori età, ma questa volta leggo il bando d'un premio prosa e poesia che sembra fatto su misura per me. Non per la poesia, che non è il mio campo, ma per la prosa, credo di non essere da buttare. Per parteciparvi, il mensile che lo promuove - «allo scopo di promuovere la creatività delle persone over 50» (sarebbe banale dire «sopra i 50»), - richiede uno scritto lungo non più di tre pagine a tema libero. Quale migliore occasione? La commissione giudicatrice sarà composta da scrittori, poeti, giornalisti, personalità della cultura, e questo mi dà affidamento. Evidentemente il libro che verrà pubblicato conterrà i parti di diversi concorrenti: difatti, verranno scelte dieci opere, cinque per la prosa e cinque per la poesia. Tre pagine moltiplicate per dieci però dà per risultato trenta: un po' poco per costituire un libro. Leggo oltre e scopro che non ci sarà nessun libro: i finalisti riceveranno un diploma e vedranno i loro scritti pubblicati sulla rivista «senza corresponsione di diritti d'autore». Per partecipare è prevista una tassa di 30 euro. Sfuma la prospettiva di guadagnare un po' di soldini: ad arricchirsi sarà solo la rivista, che intascherà trenta euro per ogni ingenuo partecipante. Alla faccia dello scopo di promuovere la creatività delle persone over 50.

In appendice due segnalazioni di giornata. Con una e-mail odierna (27 novembre) Medici senza frontiere propone alla mia Azienda per i regali di Natale ecards personalizzabili: «Scegli di produrre tanti sorrisi insieme a noi». A parte che non ho nessuna azienda, a parte che l'avverbio «insieme» vuole la preposizione «con» (non «a»), non so cosa sia «ecard» e non l'ho trovato su nessun vocabolario italiano. Né inglese.

Una mail pervenutami oggi 27 novembre mi informa che, in occasione della mostra "Canova, Hayez, Cicognara – L'ultima gloria di Venezia" in corso nelle gallerie dell'Accademia in campo della Carità a Venezia, mercoledì 29 alle 16.30 nella sala Florio dell'Università di Udine, via Palladio 8, avrà luogo l'incontro "L'Omaggio delle Provincie Venete". A parte il profluvio di iniziali maiuscole, che «provincia» al plurale perde la -i- ai miei tempi s'insegnava alle scuole elementari.

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