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ArtVerona 2015

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copertina Catalogo ArtVerona 2015Verona, 27 ottobre 2015. - di Sergio Stancanelli

Dura meno di quattro giorni la grande fiera costata un anno di lavoro per allestirla

Nel comprensorio della Fiera l' XI edizione, come al solito d'estensione immensa. Quando ero addetto alle relazioni pubbliche presso la casa editrice Rizzoli, e in sèguito titolare di uno studio di r. p. prima in Milano e poi qui in Verona, con l'aiuto di una segretaria organizzavo esposizioni d'arte: per lo più una alla volta, per lo più mostre personali, della durata d'un paio di settimane.

E ne andavo, e ne vado, fiero. Massimo Simonetti, già consocio di Massimo Di Carlo, figlio della compianta dottoressa Bruna Bonesi conduttrice della galleria d'arte dello Scudo in vicolo Scudo di Francia a Verona, con cui collaboravo negli anni Settanta del secolo scorso, organizza ogni anno una esposizione d'arte che occupa in Verona tutto il comprensorio della Fiera (superficie espositiva 309mila metri quadrati), che interessa qualche centinaio di gallerie d'arte di tutt' Italia, include circa settecento artisti o presunti tali e alcune migliaia di loro opere, e per visitare capillarmente la quale non basterebbe una settimana.

Che meriterebbe d'essere permanente, e che invece dura meno di quattro giorni, precisamente due giornate e due mezze giornate. Ad abundantiam, in fiera e in città hanno vita contemporaneamente tali e tante manifestazioni artistiche che una pagina del giornale non basterebbe neppur solo ad elencarle. Con tutto ciò, nell'intero Catalogo (456 pagine, solo 10 euro) il nome del suo demiurgo neanche compare – o non l'ho trovato - , e per averne notizie ho dovuto chiederne allo stand dello Scudo (di cui per altro non fa più parte): – E' in giro – : ma non ho avuto modo d'incontrarlo.

Recensire un mastodonte come la fiera dell'arte di Verona è impossibile. Occorrerebbe scrivere un libro: che d'altronde esiste, ed è il Catalogo, il quale parla da solo, se pure sul piano quantitativo della cronaca e non su quello qualitativo della critica. Fra gli artisti, mi prendo la libertà di menzionare almeno i più noti, che qualificano l'esposizione, molti dei quali ho conosciuto o conosco personalmente, che mi donarono loro opere le quali ricoprono integralmente le pareti (circa 600 quadri) od i supporti (le sculture) nella mia abitazione, in parte miei amici o che lo sono stati: Afro e Mirko Basaldella, Karel Appel, Enrico Baj, Renato Birolli, Agostino Bonalumi, Franz Borghese – di cui ricordo anche i genitori, Giacomo e Giovanna Senesi, e la moglie Daniela Romano, anch'ella pittrice - , Anselmo Bucci, Corrado Cagli, Alexander Calder, Massimo Campigli, Giuseppe Capogrossi, Carlo Carrà, Michele Cascella, Alik Cavaliere, Mario Cèroli, Marc Chagall, Roberto Crippa, Giorgio De Chirico e il fratello Alberto Savinio, Filippo De Pisis, Piero Dorazio, Salvatore Fiume, a malincuore Virgilio Guidi ed Emilio Vèdova, Renato Guttuso, Hans Hartung, Trento Longaretti – oggi quasi centenario - , Alberto Magnelli, Giacomo Manzù, Enzo Mari – che conobbi in Rapallo una cinquantina d'anni addietro - , Sebastian Matta e Juan Miró – presenti in mostra ma dimenticati nel catalogo – , Giorgio Morandi – che titola "Natura morta" un'accolta di bottiglie – , Ennio Morlotti, Bruno Munari, Ugo Nèspolo, Achille Perilli, Pablo Picasso, Arnaldo e Giò Pomodoro, Ottone Rosai, Mimmo Rotella, Aligi Sassu, Emilio Scanavino, Mario Schifano, Toti Scialoja, Mario Sironi, Maggie Taylor – alla quale sono debitore di una recensione, ch'era entusiastica ma che andò perduta sul mio computer per essermi dimenticato di salvarla, e che neanche due investigatori informatici delle Poste riuscirono a ricuperare – , Mario Tozzi, Giulio Turcato, Maurice Utrillo, Victor Vasarely, Andy Warhol. E non senza emozione i futuristi Giacomo Balla, Fortunato Depero, Gino Severini.

Ne tralascio parecchi, come Gentilini, Grignani, Isgrò, Melotti, Pascali, Pistoletto, Pozzati, Radice, Rauschenberg, Reggiani, Rognoni, Sacchetti, Sanfilippo, Santomaso, Sobrino, Tancredi, Uncini, con i quali mi scuso. Non mancano i turlupinatori patentati Alberto Burri e Lucio Fontana, con un nutrito sèguito di imitatori. Oltre a numerosi pittori presenti in fiera, mancano sul catalogo alcune gallerie che hanno invece uno stand nella mostra: forse in quanto i dati relativi siano pervenuti all'editore, l'ente VeronaFiere, quando l'impaginazione era ormai stata chiusa. Fra i nomi che più stimo e dei quali conservo molte opere, per lo più donatemi, non sono rappresentati nella mostra quelli del famoso surrealista Salvador Dalì, del paesaggista francese Georges Secan, dell'astrattista triestino Eugenio Devetta, del ritrattista della famiglia reale britannica Pietro Annigoni, dello scultore veneto Vincenzo Lanaro, dei futuristi Renato Di Bosso, veronese, e Ardengo Sòffici, toscano, e della indimenticabile amica mia Novella Parigini, che impersonò la dolce vita romana anni prima che la celebrasse Federico Fellini. Emozionali sono alcuni disegni e dipinti degli anni Venti e Trenta realizzati per illustrare il giornale "Il popolo d'Italia" e "La rivista illustrata del Popolo d'Italia", che il papà mio riceveva in omaggio e della quale io conservo la collezione completa. Numerose sono le opere, tanto pittoriche quanto scultoree, di carattere sfrontatamente erotiche: sintomaticamente per lo più di mano femminile. Nel genere, sono presenti anche non poche barzellette o battute spiritose: come quella che riproduce il dipinto fotografico "L'origine del mondo" correggendone il titolo in "La fine del mondo!". Presenti negli stand anche talune hostess in abbigliamento che rischia di distrarre i visitatori - per lo meno quelli interessati al genere femminile, - dalla visione delle opere d'arte inanimate. Ad una che mette in mostra due globi superiori evidentemente sospinti a viva forza verso l'alto, dico: - Complimenti - . – Grazie – mi risponde, e poi soggiunge: - Ma per cosa? - . – Per le tette – , dico io. – Ah, grazie – ripete, e abbassa il capo a guardarsele, poi sorride compiaciuta. – Beato chi te le tocca – soggiungo, anche per risolvere una situazione che rischia di farsi imbarazzante. – Ah, non c'è nessuno! – fa lei, con disappunto che appare sincero. Pongo mano al portafogli, ne estraggo un biglietto da visita e glielo porgo. – Se posso esserti utile – dico. Lo prende, lo guarda, e si congeda: - Le telefonerò. Dopo la fiera. E grazie ancora! - . Non abbiamo idea di quante donne si sentano sole ed anelino a trovare compagnia, se solo noi ardissimo accostarle.

Alla difficoltà per il visitatore di orientarsi nell'intersecarsi di innumerevoli corsie senza doversi avvedere di essere ritornato sui propri passi, potrebbe ovviarsi dipingendo sul pavimento una freccia continua che, partendo dall'ingresso della mostra, finisca per ricondurvisi. Il Catalogo costituisce di per sé un'altra opera che non si può non ammirare. Peccato che, come già il grande pieghevole pervenuto insieme con gli inviti per via postale, riporti in copertina una vistosa titolazione in lingua inglese. Ma non è tutto: i titoli delle opere d'autore italiano in lingua inglese si sprecano. Anche alcune gallerie d'arte, italiane beninteso, si compiacciono di nomarsi in inglese. A coloro che ancora prediligono la nostra lingua, propongo di sabotare artisti e gallerie che la ripudino. Il materiale cartaceo disponibile è innumerevole. Segnalo la rivista di grande formato titolata "exibart91", 88 pagine copertina inclusa, èdita non in London bensì in Firenze, che s'annuncia «free» e titola "speednews", "Standing ovation", "What People Do For Money: Some Joint Ventures", "Fossil Funds Free", "site specific", "Silent Sticks", "P. G. collection", "The Line", "High Line", "team di The Line", "Man section", "New entries", "Per4m", "Present future", "Back to the future", "Art editions", "un'insolita performance", "popcorn", "Avatart", "eneganart", "In public faculty" (dove Toni Negri tiene «una presentazione affollatissima»: da frequentare!), «opening mercoledì 30 settembre», "i corpi dei suoi performer", "passando per la body art"; "Loft Gallery Spazio MatEr si incontrano Arte, Cultura e HiTech", "Grand Tour immersivo alla Franzensfeste", "Call for Artist Esposizione Collettiva", "Chef with art con la chef Antonella Marchese" (in Roma, non in Shanghai); "Entrenous_02 il tesoro di atreo garden project_2015 September 21 November 7", "In Memory of the Masterly", "The Trans African Project", "Ruby and Jade" "tomdesign design/ gallery/ interiors /architettura", "la performance", "Zambian portraits", «Silver gelatin print», "Una street photographer", "Artefiera 40th edition" (in Bologna), "talent zoom", "... sul design attuale", "... dal post-modern", "la storia transgender", "Le pieces testimoniano", "è nato un/una performer", "Setup Artfair 2016" (in Bologna), "Standard & poor's dell'arte", "Synchronicity: contemporanei" (in Prato), "A vulnerable narrator, deferred rhythms" (in Roma), "dejavu", "food dal cucchiaio al mondo" (mostra in Roma), e infine "Art project fair" (in Verona). Cui s'aggiungono "l'autore de La Gioconda", "pezzi iconici ", e "... la casa-studio dei uno degli artisti più singolari". Inutile precisare che, innamorato come sono della deturpazione della nostra lingua, mi sono sùbito abbonato.

foto di Sergio Stancanelli

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