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Area picnic in Val d'Aosta

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Aosta, 18 luglio 2016. - di Giancarlo Borluzzi

Nei giorni scorsi ho pranzato nell'area picnic di una località amena divertendomi a leggere lo stampato fissato sul tavolo in cui un italiano maccheronico illustrava i costi della sosta, criticabili dagli utenti provenienti da fuori Valle (chi ci risiede ingurgita notoriamente tutto) e quindi da riconsiderare. Sono seduto da poco quando giunge una persona che si qualifica dicendo di dover riscuotere la gabella e si squalifica per comportamenti che farebbero inorridire monsignor Della Casa.

Premetto che la tovaglia lascia spazi non coperti alle estremità del tavolo in legno, dietro ai cui lati lunghi vi sono sedili con schienale. La persona sopraggiunta evidenzia inconfutabilmente che non supererebbe il test per accedere al tè delle cinque a Buckingham Palace: si accomoda al tavolo senza chiedere l'autorizzazione; si siede sopra al mio signor pullover fresco di lavanderia, appoggiato sullo schienale e su parte del sedile; posa la sua attrezzatura di lavoro (plico delle ricevute e una macchinetta) non sul legno del tavolo, ma sulla tovaglia; poi appoggia su questa gli avambracci per scrivere!

Oltre allo sciorinìo di tali capolavori comportamentali, questa persona dimostra di essere allineata al Palazzo della politica valdostana visto che chiede se può parlare in patois: desiderio che non può trovare soddisfazione da parte mia e dei figli seduti di fronte a me perché memorizziamo solo i dialetti che orecchiamo e quindi del patois non conosciamo nulla, ma soprattutto non accetteremmo di partecipare ai riti di un localismo intriso di forzature.

Con intento volutamente provocatorio rispondo in inglese dicendo che, senza gingillarsi con un dialetto dubbiosamente parlato da un decimo dei residenti, sarebbe preferibile che nell'area picnic si operasse per non stuprare l'italiano nello stampato sui balzelli. Poiché l'inglese appariva comprensibile alla persona esattrice quanto lo swahili o il tagalog, traduco in italiano informando che, anziché utilizzare un dialetto carbonaro per fingersi cittadini di un pianeta estraneo allo Stato italiano, sarebbe meglio che la "dirigenza" dell'area picnic imparasse a maneggiare meglio l'idioma dantesco, senza evidenziare, negli stampati puntigliosamente fissati sopra ogni tavolo, errori su cui i turisti esprimono pungenti commenti inglobando offensivamente ogni residente in Valle nel loro giudizio. Non ci si può esprimere in patois davanti a uno stampato in italiano contenente plurime cavolate linguistiche "che neanche in seconda elementare".

Freddezza e successivi saluti di circostanza in una vicenduola che è il termometro del livello di una persona con cui io e i miei figli dovremmo fare "popolo" o "comunità" secondo quel Palazzo che vorrebbe tutti i residenti allineati a un surreale ottocento locale caratterizzato dalla mentalità "condominiale" che è alla base di quanto qui descritto.

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