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"Fa' afafine, mi chiamo Alex e sono un dinosauro"

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FaafafineEppure nessuno si scandalizza, nessuno interviene. Tale esempio dimostra che le giuste battaglie ci sono: basta saperle riconoscere

Trento, 7 febbraio 2017. - di Sandro Bordignon

Egregio Direttore, anche in Trentino arriva lo show in chiave gender, "Fa' afafine, mi chiamo Alex e sono un dinosauro". Neppure i più accaniti sostenitori di tale ideologia si prodigano nel confutarne ancora l'esistenza, compresa l'attuale ministra dell'Istruzione.

Ormai i loro obiettivi sono stati conseguiti: hanno applicato la legge del piano inclinato, hanno trionfato. Prima si parlava di rispetto, poi di stereotipi di genere, ora proprio di gender. Riteniamo che ciò sia un'ignobile sperimentazione sulla pelle dei nostri bambini, una scandalosa prassi che va prontamente ostruita e bloccata.

Davanti a noi, - spesso dietro il paravento di presunte finalità di carattere artistico o educativo -, abbiamo i paladini del rispetto e della tolleranza, i moderni maestri che attraverso la scusa della discriminazione premono per crescere i minori nella falsa convinzione che essere maschio o femmina non abbia conseguenze sui comportamenti e sul modo di essere: in sintesi, manipolano le menti delle nuove generazioni con la menzogna che la sessualità sarebbe il frutto di una imposizione culturale.

Lo spettacolo che si svolgerà in un teatro di Trento e sarà rivolto ad un pubblico proveniente dalle nostre scuole. Ricordo per inciso che il diritto-dovere di educare ed istruire i figli spetta in via primaria ai genitori (articolo 30 della Costituzione), i quali lo delegano negli orari scolastici agli insegnanti. Costoro hanno il dovere di concordare con i genitori ogni attività che si discosti dal programma didattico, questo almeno finché la nostra Costituzione non sarà sopraffatta dalle randellate di chi propugna a giorni alterni una sorta di diritto "fai da te".

Se vogliamo parlare di vere discriminazioni, iniziamo a rivolgere il nostro sguardo alle donne con figli o che desiderano averne. Non so quanti datori di lavoro chiedano ad un aspirante candidato se sia gay nell'ottica di discriminarlo. Cosa certa è quello che accade oggi alle giovani donne, viene chiesto loro se hanno intenzione di sposarsi e fare figli, inteso che una loro risposta affermativa renderà scontata la cancellazione della domanda di assunzione. Eppure nessuno si scandalizza, nessuno interviene. Tale esempio dimostra che le giuste battaglie ci sono: basta saperle riconoscere.

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