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Giancarlo Borluzzi1Aosta, 2 maggio 2017. - di Giancarlo Borluzzi

Caro Direttore, il nuovo Statuto valdostano sarà calibrato non sulle anacronistiche imposizioni linguistiche necessarie a chi ha più voti in Valle, ma su un doveroso allineamento ai dettati della Costituzione, premessa per quella libertà di cultura che porrà anche termine agli insensati rituali che giostrano attorno al francese e comprendono il superamento di un esame di conoscenza di tale lingua per lavorare nel settore pubblico anche se il francese non esiste in Valle né sui posti di lavoro né altrove.

La mia doppia esperienza di tale ineffabile rituale evidenzia l'ipocrisia della Regione in relazione alla prova scritta di francese del 19 aprile 2017 riguardante 107 aspiranti a sei posti di lavoro come geometri. Un pomposo comunicato dall'italiano traballante pone in dubbio la regolarità di tale prova, con "violazione dei principi di buon andamento della pubblica amministrazione" e "non rispetto dell'obbligo di pari trattamento dei candidati".

Sottolineata l'amenità del fingere che il tentativo di uniformare linguisticamente i residenti a scopo politico possa essere inserito tra i "principi di buon andamento della pubblica amministrazione", mi soffermo sul "rispetto dell'obbligo di pari trattamento dei candidati" perché questo non c'è stato nei confronti di mia moglie e mio, entrambi oggetto di plateali favoritismi; quindi scrivo non in quanto urtato da penalizzazioni, ma per denunciare la siderale distanza tra il propagandistico comunicato di mamma Regione e la ben diversa realtà insita in quanto espongo.

Mia moglie detestava il francese che non aveva mai studiato né memorizzato perché non ne gradiva il suono; laureata in lettere moderne, prima lingua l'inglese e seconda il tedesco, dovette affrontare non una prova di tedesco per insegnarlo in Valle (ove le cattedre di inglese erano coperte), bensì di francese! Come dire: per assumerti quale cuoco fammi vedere che sai fare il calzolaio... Temerariamente si presentò all'esame ove si amicò un napoletano laureato in matematica che aspirava a insegnarla in Valle perché a Napoli non c'erano cattedre vacanti: il suo esame di francese era logico quanto il test dell'Aids a chi vuol sottoscrivere l'abbonamento a un quotidiano.

Costui aveva studiato il francese e si sedette vicino a mia moglie per quel dettato che lei copiò integralmente da lui. Mia moglie confessò che sul suo esame orale andava steso un velo pietoso, ma inopinatamente l'esito fu positivo per lei, bionda piemontese dagli occhi azzurri, ma non per il napoletano, bruno e dalle fattezze libiche, anche se quanto da lui scritto sicuramente era corretto e giustamente accentato, mentre mia moglie non copiò gli accenti. Questa è verità storica verificabile negli archivi se mi chiederanno dettagli; idem per il mio esame di francese "rafforzato" (quello per l'insegnamento, cui non mi sono mai dedicato). Come mia moglie, non ho mai studiato il francese, che non detesto ma ne verifico l'inutilità totale in Valle e sostanziale all'estero. Per scommessa sostenni l'esame, conoscendo il francese in quanto orecchiato. Dubitavo fosse sufficiente il mio scritto, privo degli accenti a gogò che pareggiano la lingua francese a quella vietnamita, mentre all'orale, in barba al roboante comunicato della Regione, ho ricevuto un trattamento di indubbio favore: parlai in italiano di terremoti in Friuli e nel mondo.

Sicuramente mia moglie era necessaria per cattedre vacanti e altrettanto sicuramente mi si è favorito per ragioni note al mago Merlino, ma altrettanto sicuramente il comunicato regionale è stato un'ingenuità propagandistica per attribuire serietà a un esame insensato perché omaggia l'integralismo fondato sulla frottola e cancella la libertà nelle scelte culturali.

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