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Visite a pagamento, il paziente ha il diritto di scegliere, però...

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Ospedale Santa Chiara NotturnaTrento, 6 maggio 2017. - di Roberto Pergher

Egregio Direttore, laa notizia di un quotidiano locale sul boom di visite a pagamento esercitate da sanitari regolarmente dipendenti pubblici dell'Apss mi ha colpito. Non tanto per la libera professione del medico, un diritto in virtù dell'alta specializzazione conseguita. Inoltre, è un diritto del paziente poter scegliere un medico a lui gradito.

Piuttosto, direi che l'alto numero di visite private diventa un indicatore di malfunzionamento del sistema pubblico.

Ciò avviene, infatti, in un contesto in cui i tempi d'attesa per una prestazione sanitaria a volte sono biblici e la stagnazione economica del sistema sociale pone a molte persone la scelta di rinunciare alle cure.

Quindi, è evidente che c'è qualcosa che non va. Temo che la deriva a cui stiamo assistendo da vari anni stia approfondendo il suo solco, rendendolo imperituro.

Come siamo arrivati a questo punto? L'immagine che mi viene in mente è il concetto di burocratizzazione patologica del sistema pubblico.

Quando la burocrazia prevale sulla produzione, in questo caso la produzione di servizi, il sistema degenera.

Allo stesso modo quando la burocrazia fagocita il pensiero politico in altrettanto modo diventa fine a se stessa, crea sottocultura di potere per il potere, determina le condizioni per la crisi del sistema sociale.

Esistono dei correttivi? Certo! Non so, però, se siamo ancora in tempo per fare qualcosa. Tutto cominciò diversi anni fa, con la direzione generale di Favaretti alla guida dell'Apss.

Erano allora i tempi delle megalomanie 'dellaiane', le Albere, il Boullevar, Metroland, la Protonterapia, solo alcune realizzate e le poche attuate tuttora al limite dell'efficienza di funzionamento.

Favaretti, uomo intelligente ma fedele all'apparato, emise un editto che nei successivi anni avrebbe condizionato pesantemente la cultura socio-sanitaria della nostra Provincia: i sanitari appartenenti all'Apss non avevano più diritto di critica e di parola e non potevano più esprimere liberamente, se non autorizzati, le loro opinioni sul sistema sanitario trentino.

Paradossalmente i più esperti sul campo dovevano tapparsi la bocca e tacere. Ciò ha, nel tempo, impoverito la dialettica culturale legata ai mondo sanitario trentino e ha autorizzato amministratori fatti burocrati a riempire il campo lasciato vuoto dagli esperti ammutoliti.

Le minori intelligenze successive che sono succedute a Favaretti non hanno, poi, cambiato una virgola del Favaretti pensiero e così siamo arrivati ai giorni nostri. La prima cosa che si deve fare è avere alcune idee politiche della sanità trentina.

La prima idea politica è la seguente: noi siamo una Provincia senza un polo universitario e, quindi, le eccellenze, se si sviluppano, si hanno sul campo attraverso l'abnegazione, lo spirito di squadra, l'unità e la passione che alcuni professionisti e alcuni Servizi possono sviluppare nel nostro ambito.

L'idea politica consiste nel fare proprio il principio di sussidiarietà contenuto nell'art. 118 della Costituzione, per cui se alla base si produce valore e risultato, il sistema amministrativo superiore deve facilitare questo processo.

Attualmente accade esattamente il contrario: il sistema amministrativo, degenerato in burocrazia patologica, detta le regole e persino le funzioni cui devono attenersi i sanitari che lavorano sul campo. Questo diventa un modo di governo fallimentare perché non vi potrà mai essere alcun amministratore che crei eccellenza sanitaria ma semmai al contrario questa è un valore prodotto solo dagli operatori sanitari.

La seconda idea politica è una riappropriazione vera e non delegata del sistema politico nella percezione dei bisogni sanitari, pianificazione, programmazione, controllo e monitoraggio degli enti gestori e dei processi socio-sanitari.

Finora succede che, dolente o nolente, questa funzione è delegata all'ente gestore, creando un effetto paradossale, per cui chi gestisce il sistema assume nel contempo la facoltà di progettare e successivamente controllare ciò che lui stesso ha pianificato.

Ad esempio, l'ultima riorganizzazione sanitaria è stata pensata dal nuovo direttore generale dell'Apss, poi è stata fatta propria dal sistema politico che ha deliberato nel merito.

Io penso che la separazione dei poteri di progettazione-controllo e gestione sia indispensabile e, quindi, si debba concretamente procedere verso la creazione di una Agenzia della Salute Provinciale strettamente dipendente dal sistema politico e con poteri di pianificazione e controllo dell'ente gestore stesso.

La terza idea politica è giungere al pieno riconoscimento che vi sono due sistemi sanitari che procedono a velocità diversa l'uno dall'altro.

L'uno è il sistema ospedaliero che presiede alla urgenza-emergenza e ai trattamenti complessi che necessitano di tecnologie ospedaliere.

L'altro è il sistema socio-assistenziale territoriale che si prende cura nel tempo dei bisogni socio-assistenziali della popolazione, della gestione della prevenzione e della cronicità, della riabilitazione e di tutto ciò che è attinente alla quotidianità sanitaria delle persone.

Mettere in capo ad un unico direttore i due sistemi gestionali significa metaforicamente fare in modo che lo stesso pilota dovrà guidare alternativamente una Fiat Panda o una Ferrari.

Irrimediabilmente sceglierà la Ferrari e cioè l'Ospedale, dove operano i poteri forti dei primariati politicizzati, optando, anche poco consapevolmente, di dirottare sempre più spesa sanitaria verso i poteri forti dell'ospedale a scapito del territorio.

Per questo i due sistemi gestionali andrebbero separati con affidamento a ciascuno di loro di budget sicuro e definito.

L'integrazione fra i due sistemi potrebbe diventare, quindi, un compito politico da affidare all'Agenzia della Salute Provinciale, a cui abbiamo prima accennato.

*Agire per il Trentino

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