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Mio padre si trovò in Alto Adige nel 1943 e nel 1945

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Monselice, 31 maggio 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

Egregio Direttore, mio padre (nella foto) ebbe molta fortuna perché, dall'estrapolazione del suo diario di memoria di guerra che ha voluto lasciare ai posteri, figli, il sottoscritto e mio fratello, se l'è cavata molto bene.

Ha scampato più volte la pelle in diverse circostanze, proprio dalla fatidica data dell'8 settembre 1943. Desidero riportare un episodio tanto drammatico quanto triste che gli capitò a Settequerce, nella provincia di Bolzano.

Nell'intento di raggiungere la sua famiglia a Merano, travestito da ferroviere, perché era allievo della 2^ Compagnia dello squadrone allievi del 86^ Corso della Regia Accademia Militare di Modena, il giorno 11 settembre il Comandante dell'Istituto Militare, Col. Giovanni Duca, sciolse il corso perché ognuno potesse porsi in salvo, in quanto i tedeschi avevano, nel frattempo, occupato tutto, l'Accademia e la sua sede distaccata di Sassuolo.

Il giorno 15 settembre raggiungeva la stazione ferroviaria di Verona dove veniva ferito alla gamba destra per effetto di una bomba a mano lanciatagli contro dalla Feldgendarmerie, mentre di notte saltava su un vagone merci di un convoglio in movimento diretto al Brennero.

All'alba, nei pressi di Bolzano, a causa dell'interruzione del ponte ferroviario d'accesso alla città, bombardato da aerei USA, abbandonava il treno e raggiungeva la Stazione F.S. di Settequerce ed unitosi a diversi militari, tra cui molti provenienti dalla Russia, su invito di contadini locali, trovò rifugio, in un primo momento, nella loro fattoria, ma poiché erano tanti, fu loro indicato di rifugiarsi in un grosso capannone e fu così che gli tesero una trappola.

Si erano radunati circa un centinaio tra soldati, numerosi bersaglieri dell'11^ Reggimento che erano scappati dalla loro caserma di Bolzano. I contadini tirolesi, apparentemente gentili e pieni di strane premure per tutta questa gente, consci, appunto, del pericolo che si stavano procurando, nel nascondere così tanti militari italiani, con lo stratagemma dell'inganno chiamarono i militi della Wehrmacht che li presero tutti e li caricarono su autocarri diretti ad un primo campo di concentramento in Austria: così a mio padre e a tutti gli altri gli venne detto. Poteva trattarsi presumibilmente di Mauthausen. Approfittando delle tenebre e di un rallentamento dell'autocolonna, assieme ad altri due militari, si gettava dal camion all'altezza di Gries am Brenner e si dileguava nel vicino fitto bosco.

A piedi, via Passi Santicolo e Giovo, raggiungeva faticosamente la famiglia domiciliata a Merano. Fu curato da un capitano medico dell'Ospedale Militare Esperia alla gamba destra che era in suppurazione, ma poiché era finito nella "tana del lupo" la sua stessa madre, mia nonna, per l'incolumità dell'intera famiglia, che era compresa da un fratello e da una sorella più giovani, il padre era appena morto in Albania, ucciso dai partigiani comunisti, gli intimó di andarsene immediatamente, cosa che fece.

Lasciò Merano per evitargli il sicuro "rastrellamento" a seguito di prevedibili delazioni, da parte di civili di lingua tedesca o tedeschi stessi, oppure militi della SOD ( Sudtiroler Ordnungsdienst - Servizio d'ordine del Sud Tirolo).

Fu così che proseguì le sue avventure di guerra fino alla fine, ritornando, però, a Merano, benché tutto l'ambiente altoatesino e di occupazione tedesca accrebbe il clima di ostilità nei confronti degli italiani.

Mio padre si trovò in Alto Adige nel 1943 e nel 1945

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