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Lettera al Presidente del Consiglio

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Trento, 16 agosto 2020. - di Gaetano Cascino

Gentilissimo Signor Presidente, mi chiamo Gaetano Cascino, ho 60 anni e sono un cittadino che ha servito in uniforme con amore senso del dovere e rispetto la Nostra Amata Italia e le Sue Istituzioni, anche in giro per il mondo, così come hanno fatto ciascuno con il proprio mestiere centinaia di migliaia di altri Italiani.

Signor Presidente, Le scrivo per chiedere a Lei di aprire un nuovo capitolo per questa Nostra splendida Italia e per i suoi fantastici cittadini.

Non so perché qualche giorno fa, nel pensare alla Sua figura, mi è venuto in mente Giuseppe Mazzini e quello che lui è stato ed ha fatto per la nostra Amata terra. Certo da molti è stato visto come un reazionario, forse un "fomentatore" delle piazze, come diremmo ora, ma ha cercato di cambiare qualcosa al termine di un Illuminismo che non avrebbe più portato alcun bene a questo Paese.

In particolare quello che mi ha colpito del suo pensiero politico, è stato non tanto il suo fervore di Cristiano, che in periodo come questo potrebbe apparire anacronistico, quanto il suo concetto di Libertà e popolo: " Tutti i popoli hanno quindi il diritto di libertà e quando sono oppressi, è loro supremo dovere quello di riconquistare la loro patria anche attraverso la rivoluzione. Proprio per questo il popolo italiano doveva adempiere alla propria missione e lottare contro l'Austria per la liberazione dei popoli oppressi e la creazione di una nuova Europa unita e democratica.

La libertà e l'indipendenza di una nazione si raggiungono infatti attraverso il sacrificio e l'opera concorde di tutto il popolo. Mazzini ha quindi proclamato che fosse condizione necessaria per l'esistenza e il progresso di una nazione l'Unità, mentre l'unica forma legittima di governo fosse la Repubblica nella quale si esprimeva in tutta la sua pienezza la volontà del popolo."
Potrebbe apparire facile enunciare questo concetto e so che non lo è ma Lei potrebbe ridare nuova speranze ad intere generazioni ed una visione più serena per i nostri giovani.

Sia io che Lei veniamo da una generazione che negli anni 60/70 ha visto parecchie cose, diciamo non belle, anche se ci facevano spesso leggere il libro "Cuore".

Assistiamo ad una indeterminatezza economica, che non è sola Italiana, ad uno svilimento di Valori che qualcuno cerca di tirare ora da un lato ore dall'altro. Non si è più sicuri neanche nelle proprie case, questa la percezione di tanti e peggio ancora quello che sta accadendo in questi giorni, anche il concetto più puro di Giustizia sembra perdere di significato così come questi continui sbarchi di genti da ogni parte del bacino del mediterraneo nelle nostre terre, percepito come una sorta di violenza a noi Italiani ed a loro perché non gli si può garantire ciò che neanche noi abbiamo.

Signor Presidente non si può accettare di vedere gente che crede di essere "immortale" al punto tale che baratta ogni cosa per il potere ed il "vil denaro" come direbbe qualcuno, ma questi non sanno che un giorno, come tutti, moriranno?

Signor Presidente Noi Italiani, non siamo solo un popolo di poeti e naviganti e certo il razzismo non è nei nostri geni.

Lei può fare qualcosa per spezzare questo vortice e vedrà che questo Popolo meraviglioso che sono gli Italiani la seguiranno come uno solo. Non servono proclami altisonanti ma un lavoro serio diuturno, a testa bassa, schiena dritta e l'Esempio di chi ci sta guidando.
Io, come centinaia di miei colleghi, abbiamo avuto alle nostre dipendenze decine di miglia di cittadini chiamati alle armi dagli anni sessanta agli anni 80 ed erano soldati meravigliosi, oggi parte integrante del nostro tessuto sociale, tra loro c'è l'operaio, l'imprenditore l'impiegato etc.

Certamente ci vorrà una "rivoluzione" ma questo non vuol dire "scontri di piazza" e o altre violenze. E' per questo che mi rivolgo a Lei perché le Nostre Istituzioni, da dentro, dovranno portare a questo cambiamento prima che qualche increscioso incidente macchi di tragedie la nostra splendida Italia; di sangue ne hanno già versato tanto le generazioni che ci hanno preceduto.

Una società che perde di vista quei valori che i filosofi hanno per secoli dibattuto, lo dice la storia,è destinata a scomparire. Loro si sono chiesti per secoli perché siamo nati, io a distanza di secoli non so ancora darmi una risposta ma so per che cosa non sono nato "per abbeverare la mia sete di potere e denaro". Di questo ne sono certo.

Signor Presidente mi scuso se sono stato lungo ma proprio perché ancor oggi mi sento un Fedele e Leale Servitore delle Istituzioni e pronto a dare tutto me stesso per il mio, il Nostro Paese, ho trovato la forza di vergare queste righe.

Ho visto tanta violenza ed odio di persona per non sapere di quante nefandezze in situazioni simili, può essere capace l'uomo.

Sono certo che Lei ama questo paese non meno di quanto lo amano in tanti. Vorrei che leggesse queste parole non come qualcuno che vuole dire a Lei cosa fare, non mi permetterei mai, bensì come una sorta di "esortazione ed incoraggiamento" da parte di un cittadino qualsiasi, in fondo a quell'aula che è la nostra Italia.
In fondo la gente vorrebbe tornare a sognare, a sperare in un futuro migliore, la storia insegna che non bisogna mai togliere ai popoli la speranza, essa lascerebbe il posto alla disperazione, che non porterebbe a niente di buono.

Credo che quello che vorrebbe la gente, insieme con il lavoro, sia poter ancora credere nella sicurezza delle Istituzioni e nella Giustizia, dove chi sbaglia deve pagare e chi opera al servizio delle Istituzioni non può e non deve essere deriso, umiliato, mortificato. Loro come i nostri soldati di un tempo, che erano coscritti, e hanno dato le loro giovani vite perché noi fossimo "Liberi", non cercano lodi o glorie alcuna.
La ringrazio del tempo che avrà voluto concedere a questo cittadino di sessant'anni che ancora fermamente CREDE nelle Nostre sane Istituzioni.

Le auguro un buon lavoro e chissà che anche Lei non possa entrare nella storia così come Giuseppe Mazzini.

Lettera al Presidente del Consiglio

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