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Il dimissionario Draghi è silente, presto il passaggio del cerino acceso: speriamo che non esploda

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Monselice, 24 agosto 2022. - di Adalberto de Bartolomeis*

Egregio Direttore, "La restituzione della Crimea in Ucraina, di cui è una parte inseparabile, è essenzialmente un requisito del diritto internazionale". Lo ha affermato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, come ha riportato la sua agenzia di stampa Anadolu.

In sintesi, l'unico "giocatore di scacchi", abile, ma con mire ben calcolate, che si pone sulla scena della "mediazione" affinché finisca questa guerra tra Ucraina e Russia, ma che, di fatto, Putin sta combattendola, per ora, sulla deterrenza psicologica, con tutte le vecchie democrazie occidentali in Europa, ponendovi però in testa gli USA, colpevoli di averla provocata, non proprio sotto banco, sebbene più di qualche Stato europeo dormisse molto, nel frattempo, sottolinea ciò che nessun altro suo omologo o presidente di consiglio si azzardi a dire.

"La Crimea rappresenta l'importanza per la sicurezza regionale e globale della protezione dell'integrità territoriale, della sovranità e dell'unità politica dell'Ucraina "Erdogan è uno di quelli che, a mio avviso, non parla a caso perché lui, per convenienza, si sta ponendo al centro della vicenda ucraina come intermediario e vuole esserlo. È ovvio che, se intervistato, non potrebbe dire cose diverse da quelle che credo abbia in testa come sue, credo, altre principali mire: la questione della Siria, per esempio. In pratica, per "parafrasare" il suo recente colloquio avvenuto con Vladimir Putin, il sultano di Ankara si aspetta proprio il via libera dallo "Zar" di Mosca per un'operazione militare su larga scala in Siria contro i curdi del partito di protezione popolare YPG ( braccio armato di unità curde sul fronte nord occidentale della Siria, nella città di Afrin).

Io non esito a pensare che le stia provando tutte, ma finora il turco ha morso il freno, tanto da ottenere persino di cercare di riavvicinarsi ad Assad, pur di assicurarsi una fascia cuscinetto. Sta, in sostanza, riallacciando amicizie con tanti territori nell'area EAU ( Emirati Arabi Uniti) e cioè i sauditi, l'Egitto e persino con Yerevan, capitale dell'Armenia, il tutto per impedire la realizzazione dell'idea di costituire uno stato curdo nel nord est della Siria. Erdogan vuole, insomma, essere quello che non è sconosciuto: cioè fare il "cane sciolto", pianificando una sua offensiva militare in Siria, diretta contro gli YPG, ma con un preventivo, tacito accordo con Putin, il quale non avrebbe nessuna difficoltà a darglielo.

Se ciò fosse teso perché la Siria ottenga, quindi, la sua integrità non si può non dire qualcosa di analogo per Kiev, anche se di Kiev in realtà non gli interessa proprio nulla, se non cacciare i russi dal territorio ucraino. Invece Erdogan in Siria necessita dell'appoggio russo perché nel giugno 2023 ci saranno le elezioni presidenziali in Turchia, per cui se riuscirà a realizzare il suo piano migliorerà senza dubbio la sua posizione politica in Patria, ma un eventuale intervento autonomo del regime di Damasco nel nordest contro i "suoi affiliati" antigovernativi altro non causerebbe che profughi in Turchia e questo è uno scenario che assolutamente Erdogan non se lo può permettere.

Perciò il Presidente turco usa "due piedi in due staffe" chiedendo un appoggio da parte di Putin, altrimenti, non potendo avere risposte da parte dell'intero Occidente, perché non capirebbe (ha ben altro a cui pensare), il sultano sarebbe capace di bloccare ogni rapporto di mediazione, che per ora sta mostrando, appunto, "due facce": quella di perseguire un negoziato di pace, interessandosi sulle materie prime e sugli ultimi eventi della centrale nucleare di Zaporizhzhia e temi che lo vedono strettamente interessato ai suoi problemi per evitare che in Siria scoppino ulteriori conflitti.

Ma tutto questo cosa centra? Centra. Eccome se centra! Sono temi che in una campagna elettorale non possono non tangere, sembrerebbe per un improvviso, immediato disinteresse totale su ciò che lo scenario della politica estera, di colpo non interessi l'attuale "Nucleo Stralcio" del governo dimissionario.

Queste tematiche non possono essere disattese con quello successivo, perché dovrà avere competenza ed occuparsi anche di questi problemi internazionali, che avranno i loro effetti, conseguenze e ricadute.

Il dimissionario Draghi è silente, presto il passaggio del cerino acceso: speriamo che non esploda

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