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Quanto sono importanti le parole

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Monselice, 4 dicembre 2022. - di Adalberto de' Bartolomeis

Caro Direttore si è accorto che parliamo tutti uguali? Il lessico ha semplificato nel consumo di frasi, espressioni, concetti, l'utilità dell'elaborazione dei pensieri al conformismo di un linguaggio stereotipato, cioè ripetuto, spesso in modo meccanico e con poca partecipazione, scarsa vivacità, secondo schemi o modelli fissi: come fare i soliti discorsi, ripetitivi, triti e ritriti e frammentati, soprattutto dall'assenza delle tonalità.

Sono monocorde. Spesso si adattano o copiano, assorbono ciò che la pubblicità o la comunicazione di propaganda pone, al punto di usare sempre le stesse parole che alla lunga diventano ridondanti, perché convenzionali, conformistiche nel chiudere, per esempio, certi discorsi, "politichesi", sempre con frasi del tipo ... "senza se e senza ma", oppure, "noi non accettiamo lezioni da nessuno "... e via così.

Siamo giunti ad un'omologazione del linguaggio, con espressioni che io considero persino affettate perché riportare da altre lingue, come quella inglese, dove, per concludere, impetuosamente, un concetto si dice ... " ma queste non sono altro che "fake news". Io credo che siamo di fronte alla decadenza di un linguaggio, del suo appiattimento comunicativo che è schiavo di una sovrapposizione di un altro tipo di linguaggio: quello che, dilagante, esiste sui social, appannaggio ad uso e consumo quotidiano, ma anche notturno, degli smartphone e di tutti quegli ausili informatici dove si scrive veloce, comunichi massacrando la sintassi, le analisi logiche del periodo, per cui se vogliamo solo essere gentili, " riformuliamo" il vocabolario.

È vero che la lingua ha i suoi labirinti etimologici perché le parole contengono immagini originali, miniere di storie e di misteri, che nei sotterranei della nostra mente agiscono e danno forma ai pensieri ed alle emozioni di ogni giorno. Tuttavia percepisco un'ansia del consumo nel parlare che è un'ansia ad un ordine che non è pronunciato o stenta ad esserlo. Ognuno sente quest'ansia di essere uguale agli altri, soprattutto, nella condizione di essere libero, perché questo sentirsi libero è l'ordine che ha inconsciamente ricevuto e a cui "deve obbedire", a patto di sentirsi, anche, allo stesso tempo diverso. Ma diverso da cosa?

Diverso in una fossilizzazione verbale, dove l'uguaglianza è anche "falsa", perché è la capacità di esprimersi che diventa nevrotica, esagerata, ostentata, aggressiva ed offensiva. Non posso che considerare questo modo nel porsi ad un'inclinazione che tende sempre più ad una condizione di frustrazione sociale. Difatti, è il mondo sociale che puntualmente viene imposto dal potere, per cui il frasario si adatta e, sempre più di rado, ha un eloquio pacato, forbito, compiuto. Purtroppo viviamo in un'epoca dove, a mio avviso, sono molte le cose che umiliano, molto gli aspetti che abbrutiscono ed orrendamente, pure, perché manca una vera rivoluzione interiore, per sconfiggere le convenzioni sociali, oltre a tutte le omologazioni che sono calate dall'alto. Non c'è sviluppo nella parola perché la si assimila così come arriva e la si accetta abbandonando, per esempio la buona lettura, perché la giustificazione umana permanente è la fretta che però fa anche da padrona nell'angoscia.

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