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E’ la democrazia l’unico, giusto, universale modello?

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Christopher Stevens ambasciatore Usa assassinato a BengasiTrento, 13 settembre 2012. - di Raimondo Frau  *

Egregio Direttore, i recenti accadimenti libici e l'evoluzione che stanno prendendo, con i paventati interventi militari di Obama in piena campagna elettorale , offrono spunto per più d'una riflessione. E' necessario e opportuno intervenire nei paesi del nord Africa scossi dai tumulti di questi giorni, per cercare di imporre un modello sociale basato sulla democrazia? E' stato opportuno intervenire al medesimo scopo dichiarato nei paesi del medio Oriente?

Il dibattito è oggi sempre più vivo e ricco di spunti. Al netto dei proclami demagogici e funzionali a questa o quella parte, si sta radicando la coscienza che il nostro modello di vita sociale, frutto di una evoluzione culturale, religiosa e politica molto specifica ed articolata, non sia applicabile a comunità che questo lungo processo non hanno attraversato.

Da troppo tempo siamo abituati a considerare il governo democratico come l'unico degno di una società civile e ad affidare a questa convinzione ogni nostra azione e proponimento anche fuori dai nostri confini.

E questa riflessione, si badi bene, è applicabile alle scelte muscolari del solito presidente statunitense ma anche alle svariate organizzazioni governative e non, enti che spesso  meritoriamente e caritatevolmente in quei paesi operano. Non si tratta, infatti, di imparare ad usare uno strumento, di passare dal tamburo al cellulare. Si deve creare la precondizione, il requisito essenziale, affinché il modello democratico possa essere applicato ovverosia la consapevolezza sociale che l'individuo, l'essere umano, è uguale e liberamente padrone di se stesso.

Purtroppo, laddove l'islamismo integrale è imperate, ove ad esempio le donne non sono alla pari degli uomini per dogma (lo afferma il Corano recitando che «gli uomini hanno su di esse un grado di superiorità» -II, 228-), questa precondizione non sussiste fin dal profondo delle coscienze dei singoli.

Laddove vi è la condizione che la per noi "altra metà del cielo" è "impura" e quindi l'intera struttura sociale si articola da sempre partendo da tal concetto, per dogma, non è possibile attivare un processo democratico.

Tuttavia, Islamismo a parte, la guerra civile libica lo ha ben evidenziato, sono gli stessi assetti societari di tipo tribale. tipici di quelle regioni che impediscono il solo ipotizzare un passaggio ad un sistema di tipo democratico nell'accezione occidentale del termine.

Ma è necessario spingersi oltre nell'analisi. Esistono in tutto il nord Africa enormi masse di popolazione, la cui età media è molto bassa, che vivono in condizioni di povertà assoluta in forte contrasto con le enormi e sfarzose ricchezze di pochi.

Nonostante ciò, l'organizzazione sociale di stampo tribale e il fondamentalismo religioso tengono sopiti i contrasti sociali ad eccezione della tanto celebrata "primavera araba" che, con il senno del poi, il mondo occidentale ha potuto valutare per quello che era: uno strumentale innesco di tumulti per arrivare ad un potere, detenuto da "clan" diversi, ma in sostanza della stessa forma ed ugualmente ferreo.

Soffermarsi in tali analisi, inquadrare il problema con occhi e prospettive diverse da quelli che offrono i nostri comodi divani di casa ci porta forse a chiederci se il modello democratico è davvero il modello unico e valido per tutti i popoli e tutte le stagioni.

Se sia giusto intervenire, sempre armi in pugno, per imporre il nostro modello di vita a popoli che ne sono tanto lontani. Il voler imporre uno status di cosiddetta libertà a che non è preparato o forse non vuole gestirlo, il voler applicare i nostri parametri a chi ne ha di propri e ben radicati ci sta portando ad evidenziare pericolosamente i paradossi occidentali che da un lato si esplicano nel buonismo permissivo e debole all'europea e dall'altro nella muscolare ed arrogante politica interventista statunitense.

 

* E' vicecoordinatore vicario del PdL del Trentino

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