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Il castigo della fiducia

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Alex BollerTrento, 21 marzo 2013 - di Alex Boller

In un mondo poco attento ai buoni sentimenti, credi che la fiducia nel prossimo sia una virtù di cui andar fieri. Perlomeno dovrebbe essere così. Ammetto, forse un po’ di malizia, alla soglia dei cinquant’anni non sarebbe poi una grande vergogna ma tant'è. Sono fatto così, e non posso di certo cambiare ora. Già, però questa volta ho pagato dazio alla mia ingenuità.

“Polar Hotel” è la mia ultima creatura, un romanzo cui ho dedicato tempo e impegno. Una trama che fiorisce nella mente, che sboccia di giorno in giorno, che prende forma, rendendo sempre più nitidi i contorni, è emozione. Ci hai lavorato per dei mesi, hai cercato di costruire una storia che spinga il lettore a sfogliare le pagine, appassionandolo. Fai il possibile per il lettore, perché non puoi mancargli di rispetto. E perché la gioia degli altri è felicità per te stesso.

Polar Hotel è il mio terzo romanzo. Pubblichi il primo e stai alla finestra. Piacerà? Tutto dipende dalla risposta. Se è positiva, arrivano gli altri. Ed è stato così.
“L’ombra del Cigno”, poi “The beginnings” e ora “Polar Hotel”.
“L’ombra del Cigno” mi è molto caro, perché è stato il mio primogenito, chi mi ha permesso di farmi conoscere. “The beginnings”, invece, mi ha regalato molto, entrando nel programma di italiano in alcune classi dell’Istituto Agrario di San Michele, ma non solo. Grazie a questo romanzo a breve avrò un incontro anche in altro istituto, l’Oberschulzentrum di Vipiteno, scuola superiore di lingua tedesca. Un vero onore per un autore di lingua italiana essere invitato.
Bene. Non posso che sentirmi appagato.

Il mio lavoro mi porta nelle mani di un nuovo editore. Invio il romanzo, un paio di settimane e arriva la risposta: ”Siamo interessati alla pubblicazione di Polar Hotel”.
Secondo passo, recarsi dall'editore che ha sede fuori regione. E’ l’inizio di novembre dello scorso anno.
Ci stringiamo la mano, quattro chiacchiere per conoscersi meglio. Mi sembra una persona per bene. Gentile ed educata. Mi viene proposto il contratto. Lo leggo e mi sembra tutto ok. Firmo. Ci salutiamo e ritorno a casa. La pubblicazione sarà indicativamente verso la fine di febbraio 2013.
Da qual momento, se si escludono gli auguri di Natale (da parte mia), il silenzio. Provo ad avvicinarlo telefonicamente. Nulla. Mando alcune mail. Ancora nulla. Ultima risorsa, un SMS. Silenzio su tutti i fronti. Mi preoccupo: starà bene?
A fine febbraio mi arriva il file del romanzo editato dalla consorte. Oh, dimenticavo, anche loro scrivono (editore e moglie) e pubblicano con la loro casa editrice, ovviamente.
Piccola premessa: l’editing è un lavoro indispensabile per qualsiasi libro. L’autore può rileggere centinaia di volte il suo romanzo, ma non riuscirà mai a scorgere refusi o ripetizioni. Anche la struttura in certi passaggi va leggermente modificata. Questo è indubbio. E viene sempre accettato… nei limiti.
Apro il file. Alla faccia dell’editing! Da 318 pagine, siamo finiti a 291. Ventisette pagine volatilizzate! Sfioriamo il 10% di romanzo svanito nel nulla.
Voglio capire. Chiamo.
Ovviamente nessuna risposta al telefono. Il giorno seguente mando una mail: “Buongiorno sig. ….., c’è la possibilità di avere un contatto telefonico e non c’è proprio nulla da fare?”. Mi sento preso in giro.
Apriti cielo!
La risposta è tutta un programma. E’ infastidito. Mi sbatte in faccia la mia maleducazione per aver chiamato fuori dalle ore d’ufficio, mi si fa notare il mio smisurato egocentrismo (?).
Se non c'è accordo, suggerisco di recedere dal contratto.
Ho la decenza di non dire qual è stata la richiesta per questa mia proposta.
Poi nelle successive mail mi si attacca per non accettare in toto l’editing (assolutamente legittimo da parte di un autore). Il bello è che è tutto nero su bianco, offese comprese. Per ulteriore decenza tralascio altre perle di savoir faire. Non si rende nemmeno conto che ci sono gli estremi per diffamazione. Mah!
Ma la chicca è un’altra. “Non accetti l’editing? Bene, nomino curatore l’editor (la moglie), registro il romanzo anche a nome suo, lo pubblico come voglio e ovviamente non ti pago un centesimo sul venduto”. Replico che il contratto non prevede questa clausola e lui mi risponde che si tratta di “clausola non scritta”. Cose da non credere.
Rimango basito. Sono spaesato. Mai successa una cosa simile con i miei precedenti editori. Persone squisite, con cui la collaborazione è stata completa, di reciproco e fondamentale rispetto per un buon lavoro di squadra.
Penso: “Mi tocca accettare l’editing, non posso permettermi che qualcuno con un’ascia al posto della penna si prenda parte del merito della mia creatura, seppur mutilata!”. L’accordo era che se accettavo l’editing, il nome del curatore (l’editor) non sarebbe apparso nel libro. Qui non si tratta di una questione di soldi, ma unicamente di prestigio.
Macché! Mi viene detto che si procede comunque così, perché “non si fida di me”(?).
Non capisco, perché non sta ai patti?
M’illumino! Il contratto… la pianificazione…
L’ingenuo è servito su un piatto d’argento.
Prendo contatto con un avvocato e con il Sindacato Scrittori. Rimangono di sasso anche loro. Mai sentita una cosa simile e si prendono a cuore la questione.
L’esito di questa vicenda avvilente non lo conosco ancora. L’unica cosa che so è che l’amarezza rimarrà per parecchio tempo.
Ormai il profitto prevarica. Mi sono bruciato, e so già che mi brucerò ancora. Preferisco qualche dispiacere allo scotto di fare i conti con la mia coscienza, mettendo preventivamente in dubbio l’onestà delle persone.

Tuttavia sono anche convinto che un giorno tutti, nessuno escluso, dovrà fare i conti con la propria di coscienza. Forse quel giorno arrossirà, assaggiando il sapore amaro della vergogna. Il peggiore dei castighi.



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