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Verona: Pronto soccorso? Ritornare lunedì

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PS Ospedale Borgo TrentoVerona, 2 aprile 2014. - lettera firmata

85enne e sofferente, oltre che per due infarti subiti, per una recente caduta che ha comportato la frattura di due vertebre lombari, la sera dell'8 febbraio, attorno alle ore 21, sono uscito di casa, non senza dolorosa fatica, per deporre negli appositi contenitori tre sacchetti contenenti rispettivamente vetri, plastica, carta, ed un altro di immondizia. Mentre mi avviavo al rientro, un furgoncino – forse lo stesso mezzo addetto alla nettezza urbana – ha sollevato un polverone cui non ho fatto in tempo a sottrarmi. Nella mia abitazione ho provveduto a lavare gli occhi con acqua tiepida, poi ho immesso nelle due sacche inferiori una goccia di collirio Nettacin soluzione al 3%, infine – nullo essendo il risultato, ed anzi andando aumentando l'insopportabilità determinata da granelli di polvere, o forse di sabbia, - sono riuscito a rovesciare le sacche superiori ed a passarvi, con delicatezza, i terminali di un bastoncino ovattato. La situazione è andata peggiorando in misura tale che, benché già in pigiama per coricarmi, mi sono rivestito e, ad evitare di salire all'ultimo piano e buttarmi di sotto per porre termine alla sofferenza atroce, sono uscito dalla mia abitazione per recarmi al pronto soccorso, dove ero certo che in pochi istanti i medici di guardia avrebbero risolto il mio problema, che allo sportello avrei io stesso definito di per sé di poco conto.

Lungo la strada, percorsa a piedi perché le mie condizioni economiche non mi consentono il lusso del taxi, nessun cartello mi ha informato di quanto al mio arrivo a destinazione - l'ospedale di borgo Trento - avrei appreso dalla voce di un cortese portiere: cioè che il Pronto soccorso è stato trasferito. Tornato dunque sui miei passi e dopo avere ripercorso a ritroso il cammino dell'andata, mi sono avviato verso la nuova direttiva: nessuna auto cui ho fatto cenno di richiesta d'un passaggio, si è fermata. Dopo, credo, più di un chilometro di ulteriore cammino, sono finalmente giunto, quando erano all'incirca le ore 22,30, al Nuovo pronto soccorso,. Dietro ad un unico sportello in funzione c'era un'unica signorina la quale chiacchierava con un collega chino ad osservare uno schermo, non so se televisivo o di computer. Aggiungo che sugli sportelli – uno solo dei quali come già detto abitato – le scritte sono solo in inglese! Dopo avere atteso pazientemente ed educatamente alcuni minuti, ho interrotto il loro ridacchiare chiedendo - ad alta voce perché l'apposita fessura dello sportello era chiusa - se dovessi attendere ancora molto. La signorina ha rimosso l'ostruzione e visibilmente infastidita mi ha detto: Dica. Ho esposto succintamente il mio problema, non senza postillare che mi rendevo conto trattarsi di cosa da poco, ma che il fastidio che provavo – anche tenendo gli occhi chiusi – era insopportabile. A questo punto, con evidente aria di trionfo e tono di sfottitura, l'addetta mi ha informato che l'oculista ci sarebbe stato lunedì mattina.

All'espressione della mia perplessità (questo sarebbe un pronto soccorso???), l'impiegata ha chiuso lo spiraglio. Devo ammettere che ho perso allora il controllo di me stesso. Mi sono messo a urlare che l'oculista avrebbe dovuto trovarsi sul posto di lavoro per il quale è pagato, che quello non è un pronto soccorso bensì una presa in giro, che con quegli occhi lacrimanti mi sembrava d'impazzire, che non potevo andarmene in quelle condizioni e attendere due giorni. La donna mi ha replicato: questo non è l'unico ospedale di Verona: se non le va, vada in un altro. Ho chiesto allora di parlare col direttore, ma l'impiegata si è rifiutata di chiamarlo. Al pestare forsennato dei miei pugni contro i vetri ed il bancone, sono stato avvicinato da un giovane cortese e paziente, non poliziotto ma addetto al servizio d'ordine, che mi ha raccontato come giorni prima, ferito ad un orecchio durante un'operazione di ordine pubblico e recatosi in quel p.s., era stato fatto attendere tre ore e mezza, dopo di che un incompetente, probabilmente un infermiere, era intervenuto senza altro saper fare che estrargli un po' di cerume e addebitargli la somma di 43 euro. Ho obiettato che simili fatti vanno denunciati pubblicamente, e non tenuti per noi, diversamente la situazione non subirà mutamenti. Ma il giovane agente era pessimista: non c'è niente da fare, mi ha risposto, combattiamo contro i mulini a vento.

Bella questa repubblica italiana uscita dalla Resistenza, ogni giorno ne abbiamo conferme. Quand'ero ragazzo, il mio Papà dirigeva in Genova una istituzione consimile, la "sanitaria Arnaldo Mussolini", in salita san Giovanni di Prè. V'erano tre segretarie – l'anziana Aldisio, la giovane Graziosi e la ragazza Giovanna – ma i pazienti s'imbattevano prima in una infermiera, Carmen Fanti - di Fontanellato (Parma), ricordo - , la quale udita l'emergenza li introduceva in una delle quattordici stanze che si aprivano lungo due lunghi corridoi – generica, odontoiatrica, otorino, oculistica (con due medici, i dottori Fazio - che mi operò il setto nasale – e Gibelli), radiografica, e via dicendo - , e solo dopo avere ricevuto le cure l'infortunato passava dalla segreteria a regolarizzare le carte. Altri tempi, c'era il bieco regime.

Mi ha poi avvicinato un vero poliziotto, che mi ha fatto presente come la sportellista non sia responsabile dei disservizi. No, ma con chi altri posso parlare? C'è lei sola! Con il responsabile. Perfetto: è quello che ho chiesto: parlare col direttore, ma l'addetta si è rifiutata di chiamarlo (omissione di atti d'ufficio, a mio avviso). L'addetta, ha concluso l'agente, è una infermiera: si vede che ha valutato che per lei (sarei io) non c'era urgenza. Ha valutato? Seduta al di là di uno sportello, separati dai vetro, nella semioscurità dell'ambiente, senza minimamente osservarmi??? Con gli occhi rosso fuoco e la guance percorse da lagrime?

In realtà, credevo fossero solo lagrime: ma asciugatemele col fazzoletto mi accorsi che v'era sangue. Chiesi allora quante persone avessi ancora davanti a me prima del mio turno per una visita del medico generico. Ancora otto, rispetto alle dodici di circa quattro ore prima. Annunciai ad alta voce a tutti i presenti, i quali avevano dichiaratamente parteggiato per me e alcuni dei quali mi avevano fornito nomi e indirizzi quali testimoni, che a questo punto me ne andavo: non da sconfitto bensì a farmi vedere da un oculista privato prima di rischiare di perdere la vista, e che avrei addebitato visita e cure al Pronto soccorso inefficiente, nella certezza che il giudice mi avrebbe dato ragione.

La presente denuncia è stata da me trasmessa l'indomani del fatto al direttore sanitario dell'Ulss e al Procuratore della repubblica di Verona, attendendomi che i destinatarî me ne dessero ricevuta prendendo ciascuno nel proprio campo di competenza i provvedimenti che la situazione in generale e gli accadimenti descritti in particolare, con evidente urgenza richiedono. Ad oggi, nessun cenno di riscontro. Viva l'Italia. Un giorno, mi trovavo nel negozio di polleria in via mura Gallieno in attesa del mio turno, quando entrò un vecchietto che a mo' di saluto esclamò rivolto a tutti: Viva l'Italia. Una vecchietta pure lei in attesa di essere servita, lo squadrò da capo e piedi e poi rispose: Quella d'una volta!

 

prof. dottor Sergio Stancanelli

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