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Concorso Trèves

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Aosta, 26 dicembre 2014. - di Giancarlo Borluzzi

Leggo su La Stampa che il 17esimo concorso intitolato all'abate Trèves è diviso in due categorie, una riservata a ragazzi di terza media e una a giovani tra i 18 e i 30 anni; svolgimento obbligatorio in francese e premi ai due vincitori. Lo scorso anno gli iscritti a questo concorso sono stati in tutto solo sei. Contrariato per l'esiguità di tale numero, Francesco Stevenin, nella veste di Presidente della Stampa Francofona in Valle d'Aosta coorganizzatrice del concorso, ha affermato di "non riuscire a capire perché questo concorso non decolli".

Vorrei venire in soccorso al già Presidente del Consiglio regionale indicando l'ovvia ragione di questo flop, pardon "mancato decollo": perché in Valle d'Aosta la lingua francese non è parlata. Motivazione lapalissiana che può essere di ostica metabolizzazione solo per chi si firma François anche se proprio in questa rubrica anni fa un lettore scrisse di aver personalmente verificato all'anagrafe i nomi di battesimo del signor Stevenin e del dottor Louvin, notando che erano rispettivamente Francesco e Roberto: chi non rispetta il nome per lui scelto dai genitori, oltre a non essere propriamente gentile con i medesimi, dimostra di anteporre i sogni personali al vissuto quotidiano.

Ma il dissociarsi dal reale comporta le docce fredde di richiami alla realtà tipo quella dei sei soli iscritti; oltretutto, non si favorisce l'incremento del numero dei partecipanti al prossimo concorso proponendo un tema che richiede la conoscenza di Maria Ida Viglino, nota a Stevenin e a chi a lui omogeneo, ma dubbiosamente a partecipanti 18-30enni. Però gli organizzatori del concorso, a conoscenza di tale rischio necessario perché l'ideologia è la motivazione del medesimo, hanno tentato di bilanciarne le controindicazioni scegliendo un argomento sicuramente noto all'altra categoria di partecipanti, cioè la gastronomia in Valle, che comunque presenta anch'essa scorribande nella tronfia autocelebrazione del localismo valdostano: basti pensare al fatto che lo Jambon de Bosses è stato definito dai produttori "Un prosciutto simbolo dell'identità di un popolo", anche se risulta arduo, oltreché offensivo, sostenere che i variegatissimi residenti in Valle abbiano qualcosa a che spartire con parti di suino provenienti da altre regioni e poi in Valle trattate e commercializzate.

Non so quale sia l'opera dell'Unione della Stampa Francofona in Valle, posto che non conosco giornali locali in lingua francese (immagino la loro tiratura se ci fossero...), ma è l'Organizzazione Internazionale della Francofonia, di cui l'Unione della Stampa Francofona è emanazione, a essere "singolare" in relazione alla manica larga, anzi larghissima con cui accetta al suo interno anche membri come la Valle d'Aosta; ma capisco che il signor Francesco Stevenin ne sia al vertice locale in omaggio al suo anteporre la propria fantasia linguistica a una quotidianità priva di agganci con tale fantasia.

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