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Democrazie imposte

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Saddam HusseinAosta, 15 giugno 2015.- di Giancarlo Borluzzi

Caro Direttore, l' illusione di poter imporre la "democrazia" a chi ne è allergico genera sovente più danni di quanti si vorrebbero eliminare: la procurata caduta della dittatura di Saddam Hussein è stata la levatrice dell'Isis e la Libia di Gheddafi era comunque meno diabolica dell'attuale. Ma gli esportatori di democrazia toccano il fondo con la contrapposizione alla Russia di Putin, osannata da troppi media che sparano pregiudizialmente contro il Presidente russo perché ignorano alcune sue ragioni.

Dopo la seconda guerra mondiale, l'Urss aveva tre tipologie di confini: c'era il confine dell'Urss, innanzitutto, e c'era il confine della sua area di influenza stabilita a Yalta. Questi due confini erano, per ragioni diverse, più importanti della terza tipologia specifica, quella delle linee di demarcazione tra i vari Stati (in realtà sostanziali regioni) interni alla Repubblica Sovietica. Va sottolineato che questi Stati erano stati disegnati in tempi diversi e sovente senza focalizzare il fatto che vari territori, alla luce delle caratteristiche dei loro abitanti, dovevano far parte di altri Stati dell'Urss stessa. Tutto ciò veniva accettato perché comunque si trattava di aree e popolazioni interne alla medesima Urss, pianificata dal Cremlino in ogni suo aspetto. Ma, con la caduta del muro di Berlino, sono venuti meno tanto i confini relativi all'area di influenza dell'ormai inesistente Unione Sovietica, quanto quelli di quest'ultima, smembratasi nei quindici Stati che la costituivano.

Il principale era la Russia: questa era caratterizzata al tempo dell'Urss da alcuni confini illogici che hanno creato insofferenze dopo il passaggio a Stati indipendenti di quelle che prima erano di fatto semplici regioni: caso emblematico la Crimea, madre delle critiche a Putin e insensatamente transitata nell'Ucraina post 1989.
La predominanza in Crimea di una popolazione etnicamente e linguisticamente russa, nonché seguace della Chiesa ortodossa di Mosca e non di Kiev, è incontrovertibile; inoltre, la minoranza tatara al suo interno ha come riferimento la Repubblica del Tatarstan, con capitale Kazan e parte integrante della Federazione russa. Quando vi fu il referendum per scegliere l'adesione alla Russia o all'Ucraina, il 97,32% dei votanti (a loro volta l'85% del corpo elettorale, percentuale non italica...) si espresse per la prima ipotesi e simile sarebbe oggi l'eventuale voto sul ricongiungimento alla Russia di altre parti del sud-est ucraino.

Valenti giuristi si sono espressi in modo non univoco sulla validità del referendum in Crimea, ma le indubbie omogeneità etniche, linguistiche e religiose con la Russia, nonché la volontà popolare chiaramente espressa, rende difficilmente attaccabile la posizione di Putin, quantomeno con l'attuale acrimonia.
Ma in Valle c'è chi è andato a farfalle sull'argomento: forse infastidito dal fatto che la Crimea possiede specificità che la Valle d'Aosta manco si sogna, un esponente del localismo nostrano in salsa frottolara ha scritto che il referendum sul ritorno alla Russia sarebbe non valido a causa della milizia russa dislocata nelle strade della Crimea, come se le percentuali preindicate potessero essere frutto di tale presenza: insensatezza che conferma la contagiosità dell'apriorismo acritico nella tematica.

Tornando all'incipit: le sanzioni europee sono state tanto immotivate quanto caratterizzate da un singolare masochismo. Sarebbe stato doveroso, prima di agire verso Saddam, Gheddafi e Putin, analizzare a fondo i vasi di Pandora che si sarebbero aperti o si apriranno e sarebbe auspicabile che tutti i media, non solo alcuni, si sforzassero di capire i fatti prima di ritornellare untuosamente in merito.

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