Da Cicerone a Prince

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Cicero PrinceAosta, 8 settembre 2015. – di Giancarlo Borluzzi

Caro Direttore, o tempora, o mores ... scomodo Cicerone relazionandolo a una mia lontana esperienza che ciascuno può accostare a due realtà attuali, una nota e una meno, deducendone il giudizio che ritiene più congruo.

Inizio maggio 1993: giunge in Italia una ragazza filippina 23enne che avevo conosciuto in precedenza a Manila. Mangiando 3 chili di burocrazia per me incomprensibile le avevo procurato un visto di 6 mesi, durante i quali ero responsabile per ogni sua esigenza, cui avrebbe comunque potuto far fronte da sola. A fine settembre ritorna nelle Filippine per incombenze varie e la raggiungo a metà ottobre: l'ambasciata italiana a Manila, in considerazione delle nostre caratteristiche e dell'aver rispettato quanto stabilito dal visto precedente, ne rilascia un altro di sei mesi. Dopo gironzolamenti nel sudest asiatico, torno in Italia, dove lei mi avrebbe raggiunto una volta metabolizzati da parte mia ulteriori otto etti di incommentabile burocrazia quale garante del suo soggiorno e successivo rientro nelle Filippine.

A inizio dicembre 1993 lei atterra a Fiumicino, ma non può imbarcarsi per Caselle in quanto un cavillo burocratico, con palleggiamento di responsabilità tra Roma e Aosta su cui il tacere è bello, la blocca in aeroporto per quasi 24 ore, costringendola a pernottare in una stanza arredata con sedie più un tavolo ove appoggiare la testa sulle braccia. Il giorno dopo, superate burocrazie da cui pareva dipendere la sopravvivenza del genere umano, la prelevo stanchissima a Caselle senza aver né io né lei capito compiutamente la radiografia dell'accaduto.

Esposta questa realtà immigratoria del 1993, vengo al 2015. Ora in Italia si giunge soprattutto con altre modalità, che ripeto essere non di una, ma di due tipologie diverse. Innanzi tutto dal mare per note ragioni, ma anche attraverso vie non avventurose e senza neppure mostrare passaporti.

Ricordo che nel 1993 i paesi membri dell'Europa erano 12, oggi sono 28 e al loro interno si può circolare liberamente. Per questo cittadini di Stati tra i 16 che non avevano ancora aderito all'Unione Europea nel 1993, oggi entrano in alcuni dei 12 paesi allora membri di quest'ultima anche al fine di accomodarsi a tavole che trovano imbandite. Taluni mangiano finchè possibile, sottoscrivono contratti che talora non rispettano, si riempiono sovente di debiti e, quando il loro sport non da libro Cuore fa presagire il fiato della Giustizia sul collo, riescono anche a carpire prestiti che sanno di non restituire e ritornano nel loro paese senza fornire indirizzi che è inutile tentare di conoscere contattando l'ambasciata del loro paese in Italia.
Questa prassi è sicuramente minoritaria tra i "comunitari" e la mia personale esperienza la circoscrive a più cittadini di un solo Stato, ma esiste ed è non meno criticabile dei tentennamenti nell'affrontare incisivamente a livello continentale il problema dei profughi, distinguendo quelli veri dagli opportunisti.
Sono le prassi del 2015, ben diverse dai seccanti ma innocui chili di burocrazia del 1993, quando andava criticato solo chi non dormiva di notte per il timore di far entrare in Italia persone prive di credenziali anche se queste erano visibili pure dai ciechi. Prassi che, comparate tra loro, rimandano dopo millenni al ciceroniano "O tempora, o mores" o al contemporaneo "Sign o' the Times" del folletto di Minneapolis, alias Prince.

Da Cicerone a Prince