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Un paragone forte ma inevitabile

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Monselice, 19 gennaio 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

È da tempo che in questo Paese ci si lamenta perché i processi sono troppo lunghi, benché sia intervenuta una legge, per decreto, a volerli più brevi, quando tutt'altro, continuano a non esserlo.

Il governo che la propose e la decretó come fosse, finalmente, un atto liberatorio, alle risultanze dei fatti che scorrono nel quotidiano, era come se non ci avesse mai pensato.

Tale norma esiste, è pure recente, ma è come se non ci sia, perché i processi si fanno, ma continuano ad essere troppo lunghi. In Italia hanno raggiunto persino il primato di durare decenni!!! Il problema è dentro un sistema malandato, obbrobrioso, dove vince il potere della burocrazia. Un potere così assurdo ed iniquo che beneficia, spesso, il delinquente.
Lo rende libero, lui, dalle maglie di una giustizia sfasciata, dove s'interrompono le udienze e non esce mai fuori un giudizio definitivo, vero, concreto. Il delinquente sa di esserlo stato e, o finisce di farlo, oppure in questo ruolo, ha trovato una professione, perché per lui è sopraggiunta la prescrizione di un reato o di un cumulo di reati: sia in sede penale e sia in sede civilistica.

Lo Stato però riceve, però, un danno e allora ha l'obbligo di rivalersi su qualcuno che paghi al posto del delinquente, a prescindere, o nel subdolo termine, tutto italiano, " in via sussidiaria", magari in forma ridotta, purché paghi, perché così "viene dimostrato che giustizia è stata fatta".

Se al malcapitato, preso nel mirino e magari con un bestiale accanimento da parte di certi organi di giustizia gli viene poi detto... "ah, ma tal dei tali non poteva non sapere..." o perché svolgeva un'attività lavorativa di responsabilità amministrativa, oppure perché ingenuamente non immaginava che intorno a questa persona era letteralmente circondato da malfattori, delinquenti della peggiore specie, sembrerà assurdo, ma nel sistema giudiziario italiano automaticamente va a sostituire il vero colpevole che la scampa perché, per compiacenza di tutela con chi lo dovrebbe giudicare, o per lentezza degli "iter" processuali che riflettono un sistema marcio, ne escono intoccabili, puliti, quando non lo sono anche se le loro malefatte, i reati non si estinguono, ma vengono solo prescritti, archiviati.

Chi, invece, deve combattere ingiustamente per dimostrare la propria estraneità a coinvolgimenti provocati dai veri mascalzoni, rischia di doverlo fare fino allo sfinimento, per anni, perché ci sono magistrati che, beceri, burocrati, devono dimostrare l'infondata, assurda, parossistica, colpevolezza da parte di quest'ultimi. La sofferenza ed i patimenti diventano tali che, se per orgoglio, soprattutto, ma anche per dignità morale e di coscienza, fanno di tutto e di più per protestare una profonda ingiustizia che subirebbero, oltre ad un danno permanente, psichico, più che materiale, non esito a paragonarli, solo sul piano psicologico a chi riuscì a scamparla dai campi di sterminio nazisti. Solo che, sebbene le entità di sofferenza abbiano pesi diversi, entrambi accomunano la sorte di essere costretti a rimuovere grandi torti della vita, danni inestinguibili e non parlare mai con nessuno di ciò che hanno dovuto affrontare e subire.

Parlare aiuterebbe, ma la società presenta anche un'altra faccia che se non la si conosce non se ne comprende il significato di un'agghiacciante tristezza: la realtà spietata dell' indifferenza oppure persino del fastidio, oppure ancora, della totale incomprensione. Ecco perché saranno, si, due piani e due misure, ma un certo depauperamento psicologico li accomuna gli uni agli altri, non solo per le ingiustizie della vita, ma soprattutto per cattiverie ideologiche o dimostrazioni di profonde scorrettezze. Concludo dicendo che la vera giustizia rende liberi e non solo la memoria, come coraggiosamente qualcuno ha scritto.

Un paragone forte ma inevitabile

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