Mar10272020

Last update05:01:25

Back Magazine Magazine Attualità “Aspettando Godot”

“Aspettando Godot”

  • PDF
Valutazione attuale: / 19
ScarsoOttimo 

Monselice, 22 settembre 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

È il terzo millennio, un'epoca che tende a stravolgere consuetudini, abitudini, che gli umani hanno sempre assorbito nella loro esistenza, nella conoscenza, da quando sono nati, fino a quando se ne sono andati da questa Terra, per ricambio generazionale.

È l'epoca del digitale, del 5 G, dei rapporti spiccatamente interconnessi per velocizzare la stessa economia, da quella domestica a quella di produzione industriale. È l'epoca delle informazioni e delle comunicazioni che si ricevono e che si danno sui computer, sui tablet, sugli smartphone.

È però l'epoca del grande silenzio. Con un mondo iperconnesso esiste anche una condizione umana che si è modificata. I modelli di vita cambiano, ma riflettono pure conseguenze non buone. Ciò è comunque sempre avvenuto, ma per il progressivo mutare di una determinata condizione di vita si è portati a credere, per esempio, di sentirsi sempre a contatto con chi si vuole, utilizzando costantemente gli ausili tecnologici.

Non è vero, perché, di fatto, alterano, modificano il vecchio, naturale rapporto umano con "quello nuovo". È solo una convinzione differente da come un contatto, sempre non fisico, si usava chiamarlo con "il filo diretto ". Prima dell'interattività sviluppata, mediante tecniche studiate per rendere milioni di persone a contatto virtuale e molto poco sociale c'era appunto, ma esiste ancora, solo molto meno, la voce del telefono: ci si chiamava.

Adesso le distanze non si misurano più: si può essere a 18 mila chilometri come a due metri e comunicare, o con videochiamate, o con registrazioni della propria voce su determinati social o scrivere, mandare, mandare valanghe di cose, da foto, ai video, filmati interi ed altro. Si chiama postare e questo è il nuovo verbo. In questo modo "si velocizzano i rapporti" e si crede di risolvere molte cose, come quello di avere un dialogo compiuto.

Siamo come esattamente scrisse Samuel Beckett nel secondo dopoguerra, "Aspettando Godot", in un dramma associato al cosiddetto teatro dell'assurdo intorno ad una condizione di attesa. La condizione umana rischia di vivere come l'opera teatrale del drammaturgo irlandese, cioè vivere i propri giorni aspettandosi qualcosa che non verrà mai, o meglio non ritorna più: la loquacità. Sono scelte che si vivono e si possono viverle o liberamente, non più a contatto con le persone perché possono esserci impegni scientifici, di ricerca, di studio, o di meditazione, intraprendendo lunghi viaggi e quindi sentirsi liberi nella solitudine cercata, oppure standosene anche comodamente a casa, se escludiamo i contatti fisici del lavoro.

Il terzo millennio che è stato riconosciuto come epoca che è iniziata nell'anno 2000 e terminerà nel 3.000 è spaventosamente tecnologico e tenderà ad esserlo sempre di più e per cui le abitudini umane non possono che mutare, ponendo anche un lato molto negativo: l'aumento dell'egoismo, una sua crescita, di anno in anno che, se tracciata su un diagramma, rifletterà una curva esponenziale, paurosa.

Ad alimentare tutto questo stato di cose è arrivata pure la pandemia, il Covid-19 che "giustifica", per carità, l'osservanza di scrupolose precauzioni, le distanze sociali e fisiche. I giorni possono essere più o meno tutti uguali, con variabili di stili di vita, però, differenti da quelli che c'erano appena un anno fa. Il virus in circolazione ha contribuito a dare una botta che indica il passare dei giorni, ma c'è molto poco che possa cambiare, perché c'è un affievolimento del senso umano della vita, perché anche in contesti fortemente sollecitati dal consumismo esasperato, la natura dell'egoismo è sorretta dalla tecnologia di un mondo interconnesso, iper virtuale per ausili telematici quali i sistemi applicativi di socializzazione sul celluloide, sugli smartphone, sui computer e così tutto rischia pure di diventare banale, se non puerile. I discorsi diventano frammentati se scritti, sconnessi o superficiali se parlati e ciò che emerge è il non senso della vita umana.

Non c'è più un linguaggio di un tempo perché non riproduce più la realizzazione della volontà individuale. Non esiste più il legame tra parola e azione, che dovrebbe esprimere, comunicare, attivare, ma non mediante i social. Non si può pensare, ne accettare che le nuove relazioni interpersonali siano facilitate, negli stessi contatti virtuali, con ausili telematici che, per il trionfo della tecnologia, altro non sono che deleterei.

Così facendo, adottando certi comportamenti che potrebbero anche risultare comodi ed opportuni, per vari aspetti individuali, portano ad imparare a vivere soli, senza accorgersene, anche quando si sta a due o a più persone, occasionalmente o abitualmente.

Si parla sempre meno, privilegiando la distrazione costante dei social che, di fatto, hanno dato luogo, anche per curiosità, a delle dipendenze addirittura patogene dai telefonini, con un richiamo giornaliero compulsivo, anche stando a tavola o sul cesso e la tendenza è che tutti i giorni sono più o meno uguali, gli stessi e, salvo, fortunatamente, scelte di vita che ancora esistono ed ho accennato sopra, che cosa ci si aspetterebbe di attendere in questa maniera?

(la foto è presa dal sito Teatro della Pergola)

“Aspettando Godot”

Chi è online

 229 visitatori e 1 utente online