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La baby pensioni figlie dell'austerity

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Trento, 29 marzo 2016. - di Claudio Riccadonna

Erano anni di gravi difficoltà economiche, della crisi petrolifera, dell'austerity anche per il nostro Paese; eppure, paradossalmente, per alcune "privilegiate" categorie (così vengono percepite, a torto o a ragione, nell'immaginario collettivo) l'Italia diventava contemporaneamente una sorta di El Dorado, di paese della cuccagna, quando nel 1973 il governo Rumor introdusse con il D.P.R. 1092 le baby pensioni per i dipendenti delle amministrazioni centrali e periferiche, con cui si incentivava la demotivazione o la motivazione al lavoro (dipende dai punti di vista!).

14 anni, sei mesi ed un giorno risultavano l'ambito traguardo per le donne con prole, impegnate nel settore pubblico, per arrivare alla "tanto sudata" e agognata pensione. Invece, circa una ventina d'anni per gli uomini.

Da una parte si riduceva la pubblica illuminazione, si imponeva ai locali pubblici e alla programmazione RAI la chiusura entro le 23, si vietava la circolazione, nei giorni festivi, dei mezzi motorizzati (famose le domeniche a piedi, senza auto). Dall'altra parte, busillis doloroso, la "strenna natalizia" dello spreco durata oltre 20 anni favorita da uno Stato generoso , "buon padre della famiglia pubblica", con quelle "premature" elargizioni pensionistiche rivolte al suo esercito "fedele", che contribuiranno però a collassare, o quasi, un intero sistema previdenziale. Ecco allora il caso della signora Tizia, in pensione a 30 anni o poco più, o del signor Caio che, più "sfortunatamente", raggiungeva il "meritato" premio, alla soglia della veneranda età dei 40 anni.

Ma non era un momento di crisi?

E pensare che oggi tanti diplomati e laureati italiani si appropinquano al mondo del lavoro in forma più o meno stabile, vuoi per la congiuntura economica non certamente favorevole e per una crisi decisamente più pesante rispetto a quella di 40 anni fa, proprio "nel mezzo del cammin di nostra vita". E chissà se la pensione la riceveranno, e in quale misura, a 67-70 anni, o forse in "un futuro anagrafico" esageratamente imbarazzante!

E che dire poi del milione e mezzo di disoccupati over 40 e dell'esercito non proprio esiguo di senza lavoro over 50, poco "appetibili" sul mercato occupazionale, ormai considerati fastidiosi "scarti" e pesi sociali, vittime probabilmente anche di una politica economica e sociale del passato, alquanto dissennata?

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