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Economia: una “diaspora” in atto

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diasporaLettera Numero: 682

Verona, 15 giugno 2017. - di Giorgio Maria Cambie

Per quest'anno le previsioni dell'economia italiana non sono rosee. I miglioramenti strombazzati dal governo per qualche centesimo di PIL in più si sono rivelati inesistenti: la disoccupazione non è diminuita, le aziende hanno continuato a chiudere.

Una legislazione soffocante non permette alle piccole e medie imprese, asse portante della nostra economia, di sopravvivere; non possono resistere alla valanga di verifiche, controlli, adempimenti, formalità cui sono sottoposte. Quindi chiudono, privando la nostra economia di capacità, di iniziative, di innovazioni.

Per le grandi imprese il momento non è migliore: la crisi portata dall'euro e dai diktat di Bruxelles ha fatto sì che si parassero davanti alle imprese tre vie: vendere, fuggire o morire. Le statistiche ci dicono che tutte e tre le vie vengono seguite. Delle chiusure sono piene le statistiche delle Camere di Commercio.

Le vendite si estrinsecano in cessioni di aziende anche moderne e produttive per delle pipe di tabacco e spesso con la successiva delocalizzazione all'estero in paesi con fiscalità meno rapaci del nostro o con minori costi del personale.

Fuggire è un rimedio da grandi contribuenti. Veramente c'è anche la fuga in massa di giovani laureati, con due danni per il nostro paese: quello di privarlo di nuove risorse colte e di buttar via i soldi investiti per preparare i giovani regalando la loro preparazione al paese dove vanno. I "paperoni" hanno posti preferiti: nazioni tranquille (fiscalmente) come il Quatar o gradevoli (fiscalmente e climaticamente) come Malta e l'Irlanda e, dopo il Brexit, probabilmente anche il Regno Unito.

Le statistiche dell'Anagrafe Italiana Residenti all'Estero (AIRE) ci possono dire qualcosa, anche se probabilmente presentano dati largamente in difetto. I "fuggitivi" sono circa 5 milioni (4.997.432: in Germania (723.691), in Regno Unito (283.151), ne gli Usa (257.374). Circa l'attendibilità di queste statistiche, le autorità del Regno Unito calcolano che gli Italiani domiciliati in Inghilterra siano attorno ai 600.000: più o meno il doppio di quelli che si sono dichiarati all' AIRE.

Malta è stata scoperta da poco. Da sempre è stata la cassaforte di sceicchi che temevano rivolgimenti politici in patria. Gli italiani non sono molti: dai circa 3.000 del 2014, sono passati ai 4.500 del 2016. Le due isole (Malta e Gozo) possono presentare delle attrattive: clima buono, mare magnifico, città belle, investimenti turistici recenti magnifici, lingua italiana parlata quasi dappertutto oltre all'inglese obbligatorio a scuola, gente amichevole prevalentemente cattolica, fiscalità più leggera rispetto alla nostra.

Per i nostri "fuggiaschi" si tratta di una scoperta allettante perché in un anno la loro presenza ufficiale è aumentata del 30%. In totale nell'ultimo anno se n'è andata una città di 190.000 persone per vari luoghi: l'Irlanda attira per la sua fiscalità sulle imprese ed è stata già una meta favorita per banche e assicurazioni. La presenza dei nostri connazionali nella sua popolazione largamente cattolica è aumentata in un anno di circa il 20%.

Il nostro governo si è tardivamente accorto della "diaspora" di cervelli e di valori in atto ed ha stabilito per i grandi contribuenti un'imposta fissa di 100.000 euro sui redditi di fonte estera. A parte il fatto che l'Agenzia delle Entrate non ha ancora emanato una circolare chiaramente esplicativa delle procedure richieste, i risultati non saranno molti se è vero l'adagio che "chi sta bene non si muove".

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