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La finanza islamica tra interesse e giustizia sociale

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finanza islamicaTrento, 12 maggio 2013. – di Fuoriposto

... ben ragionevolmente si nutre odio per il prestito ad interesse, in quanto trae guadagno dal denaro stesso e non dal fine per cui esso fu escogitato: infatti esso fu prodotto per gli scambi, mentre l'interesse ne aumenta la quantità. Di qui esso ha tratto il nome con cui lo si designa in greco: infatti i figli sono simili ai genitori e l'interesse è denaro di denaro, costituendo appunto per questo il più contro natura di tutti i modi di arricchire. Aristotele - La Politica

Tutta l'antichità e, in particolare, le religioni monoteiste sono da sempre permeate dall'idea che l'usura e quindi il prestito siano qualcosa contro natura. A Sparta, ad esempio, venivano periodicamente cancellati i debiti, mentre a Roma, Tacito raccontava che fosse proibito "un tasso d'interesse superiore al fenus unciarum, cioè la dodicesima parte del capitale".

Non è solo una prerogativa della religione e della cultura islamica quindi, ma una sorta di precetto che va al di là della politica e delle leggi e che trova diretto fondamento negli insegnamenti dei libri sacri, in questo caso il Corano.

L'Islam poggia sulla sharī'a, la Lex Divina Islamica nella quale tra l'altro vengono dibattute materie come l'usura, il diritto familiare, le compravendite, i prestiti, le situazioni giuridiche di ebrei e cristiani... Il Corano, una delle fonti della sharī'a, parla di giustizia sociale e di redistribuzione. Si parla cioè concretamente di economia. Si prevede, per esempio, un'elemosina obbligatoria, lo zakāt che impone, a ogni credente con capacità contributiva, di pagare un'imposta a titolo di assistenza pubblica (circa il 2,50% dei cespiti patrimoniali).

E ancora, nei paesi sciiti è previsto il khoms, ovvero una sorta di patrimoniale che prevede l'elargizione del 20% dei guadagni di commercio, agricoltura ed eredità.

L'impianto economico islamico è tutt'uno con i precetti religiosi.

Partendo dal presupposto che non può esserci guadagno senza compartecipazione al rischio, la cultura musulmana vieta l'interesse. La banca riceve un utile solo se il progetto di chi ha chiesto il denaro ha successo e produce profitto. Indipendentemente dalla situazione creditizia la banca valuta la "competenza gestionale e la solidità" e per questo rappresenta un'istituzione che serve da stimolo all'economia, funzione ormai che le banche occidentali hanno perso di vista occupate in giochi speculativi e nell'elargire super bonus ai manager.

"I detentori di capitali (rabb-ul-mal) possono effettuare investimenti consentendo ad altre persone (mudarib), che hanno idee ed esperienza, di utilizzare i loro fondi ai fini produttivi. Gli eventuali profitti vanno divisi con i mudarib", mentre le perdite vanno divise secondo i molti contratti che caratterizzano la giurisprudenza, tra i quali ricordiamo:

- Mudarabah: "la banca finanzia il progetto, mentre il cliente finanziato fornisce l'idea imprenditoriale, il proprio lavoro e la gestione operativa del progetto. I profitti vanno divisi secondo un tasso concordato, ma non fisso, mentre le perdite sono a carico dell'istituzione finanziaria (!)".

- Musharaka: il contratto dà vita a una sorta di società indipendente tra banca e cliente (nel solco delle joint ventures) e profitti e perdite vengono ripartiti. Nella partnership decrescente, che ne rappresenta un caso, la banca ed il cliente si accordano per formare una società "a condizione che la banca venda progressivamente la sua quota alla controparte ad un prezzo concordato ed in tempi prestabiliti.

- Quard-al-hasanah: una specie di mutuo senza interessi, un contratto gratuito di "mutua beneficienza" concesso per aiutare lo sviluppo. Come in Iran, dove le banche stanziano risorse per mutui senza interessi che hanno obiettivi socio-economici di sostegno. La restituzione di questi tipi di mutui è facoltativa e dipende dalle condizioni economiche del debitore.

Senza dimenticare poi i sukuk, obbligazioni garantite su attività materiali in leasing e altre miriadi di obbligazioni.

Altro aspetto molto interessante è quello che riguarda le banche.

Dal 1973, data di fondazione della Banca Islamica di Sviluppo, il sistema bancario si è sempre diviso – e questo ricorda fortemente la Legge Bancaria italiana del 1936 – in banche commerciali e banche di sviluppo: le prime si occupano dei servizi occidentali, ma sempre con metodi islamici, le seconde sono strutture localiste che si occupano di credito, investimento, sviluppo economico, a sostegno perlopiù di agricoltura e artigianato. Sono 4 le strutture caratterizzanti:

1) Banche ed istituti finanziari, in quei paesi dove viene incoraggiata la ristrutturazione dell'intero sistema bancario, in base ai criteri islamici.

2) Banche ed istituzioni islamiche del settore privato, che operano in ambienti misti.

3) Pratiche bancarie islamiche attivate da banche commerciali convenzionali e da istituti finanziari non bancari

4) Istituti finanziari internazionali che operano in base ai principi della sharī'a

Negli ultimi anni la finanza musulmana ha subito un', con la deregulation e la globalizzazione alcune banche islamiche hanno trovato modi per aggirare i precetti sul ribā, il tasso d'interesse. Ciò non ha, però, intaccato i pilastri della dinamica creditizia, ovvero:

- Conti correnti senza remunerazione finanziaria.

- Depositi a risparmio con remunerazione discrezionale e dipendete dall'andamento economico della banca.

- Conti di investimento che elargiscono "dividendi" e premiano annualmente i progetti migliori

La liceità di tutto l'impianto è vincolata alla restituzione del prestito, in particolare alla partecipazione degli utili, in una sorta di joint venture che caratterizza questo tipo di finanza associativa. Non esiste il credente e l'uomo economico, in Islam sono tutt'uno.

L'interesse è il prezzo che viene versato per godere del capitale, ma non è possibile tenere conto del tasso di crescita reale dei capitali, né della loro redditività. È qui che si crea l'ingiustizia del prestito, l'innaturalità. E lo stesso vale per la moneta. La moneta è reale "quando è investita in un processo produttivo". Il denaro che si moltiplica da sé stesso, non è reale, è una stortura enorme.

La differenza con il nostro sistema economico sta proprio qui, nella focalizzazione degli aspetti non economici, etici, morali, spirituali.

Una finanza al servizio dello sviluppo sociale ed economico. Un sistema dove l'etica è elemento fondante e non palla al piede del dogma liberista. Un sistema giuridico e politico dove le banche sono spesso nazionalizzate e mantengono il ruolo di sostegno al consumo e a uno sviluppo in linea ai precetti della giustizia sociale.

Di fronte al liberal-capitalismo iniquo e affamatore, l'Islam può forse rappresentare un spunto di cambiamento nel senso della redistribuzione e della giustizia...

 

Fonti bibliografiche

Elementi di finanza islamica di Enrico Giustiniani, ed. Marco Valerio

La finanza islamica tra interesse e giustizia sociale

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