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L’export e la crescita dell’economia italiana e della moda nel 2014

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Mario BoselliTrento, 25 novembre 2013.Redazione

Pubblichiamo con molto piacere l'intervento di Mario Boselli al Milano Fashion Global Summit del 19 Novembre 2013 – Palazzo Mezzanotte (Borsa Italiana). Siamo stati autorizzati dal cav. Boselli, tramite l'AD della Caleffi spa e il "nostro" Umberto Servadei, alla pubblicazione. Per Trentino Libero, l'occasione di una ribalta nazionale; allora un particolare, sentito ringraziamento a tutti.

Il quadro macroeconomico

Perché puntare sull'export

La ripresa della domanda interna è un elemento di grande importanza nell'alimentare la crescita, ma difficilmente potrà esserne il motore primario nel 2014. Vediamone le prospettive per le diverse componenti: consumi, investimenti, spesa pubbilca.

a) I consumi soffrono di un clima delle aspettative che, seppur in miglioramento resta sfavorevole: le previsioni della Commissione Europea per i consumi privati in Italia nel 2014 sono di una sostanziale stagnazione (+0,3%). Non si può inoltre contare su politiche di intervento di natura fiscale a sostegno dei consumi, è ormai chiaro che i vincoli del bilancio pubblico impediscono al governo interventi di dimensioni tali da produrre quella scossa di cui sovente si parla,

b) Gli investimenti, trovano, anch'essi, limiti nella scarsa propensione della banche ad ampliare il credito.

c) Del tutto fuori discussione ci pare la possibilità che in questa fase ci possano essere significativi interventi di aumento della spesa pubblica, semmai si potrà andare nella direzione opposta.

Si vanno invece moltiplicando i segnali della possibilità che una spinta alla crescita possa venire della domanda estera e dalle esportazioni.

Le esportazioni sono un potente fattore di crescita indiretto anche per la domanda interna. Non è una novità per l'Italia, l'origine del boom economico negli anni '50 che poi ha trascinato la crescita vorticosa dei consumi delle famiglie e degli investimenti delle imprese nel decennio successivo, è proprio da cercare in una crescita tirata dalle esportazioni.

Esportare di più significa più lavoro, più produttività, quindi salari più elevati e consumi maggiori, e per le imprese significa investimenti in espansione produttiva, o almeno non disinvestimenti. Quindi in ultima analisi crescita anche della domanda interna

I segnali di buone opportunità di crescita dell'export riguardano sia le evidenze statistiche che l'evoluzione dell'orientamento delle politiche. Cominciamo dalle statistiche.

Gli ultimi dati a consuntivo e le previsioni del 2014 indicano che il commercio mondiale è tornato a crescere. La maggior parte delle previsioni è concorde nello stimare sopra il +3,5% la crescita del commercio internazionale nel 2014, dopo il forte rallentamento degli anni scorsi

a) Negli USA il PIL reale è previsto crescere quasi al 3%, un punto secco percentuale in più della crescita 2013 e anche la crescita dei prezzi avrà sarà intorno al 2%.

b) Il Pil reale del Giappone continuerà a marciare al ritmo superiore al 2% sostenuto dalla Abenomics, anche qui accompagnato da una buona crescita dei prezzi, intorno al 2%, dopo una fase durata fino al 2012 di deflazione dei prezzi.

c) Anche la più grande delle ombre che gravavano fino a pochi mesi fa sul 2014, la prospettiva di un significativo rallentamento dell'economia cinese sembra venuto meno e ci si aspetta che la crescita 2014 del pIL sia superiore al target del 7% previsto nel piano quinquennale.

In altre parole ci sono tutte le condizioni di domanda per una crescita importante delle esportazioni italiane nel 2014, in particolare nell'area moda.

La posizione della moda

Nell'ultimo triennio l'export è stato l'unico carburante per la crescita dell'industria italiana della moda. Nel 2010 l'export rappresentava 2/3 del fatturato consolidato della moda italiana nel 2013 sfiorerà i ¾.

Per di più è cambiata anche la composizione delle nostre esportazioni. Nel 2013, per la prima volta da sempre, l'export verso i Paesei extra-europei supererà quello verso i Paesi UE. Si può aggiungere che l'export verso Paesi oggi ad elevata crescita: Cina, Giappone, USA e Russia, rappresenta circa il 25% del totale dell'export della moda italiana.

Rispetto a un decennio fa, il quadro è cambiato, la moda italiana è molto meno eurocentrica e comincia ad essere stabilmente presente sui mercati che crescono.

L'industria della moda italiana è quindi in una buona posizione per cogliere l'opportunità offerta dal mercato internazionale. Anche se, va detto, la crescita delle nostre esportazioni poteva essere ancora maggiore, e non solo per l'euro sopravvalutato, in termini relativi infatti la performance di crescita dell'export della moda italiana è stata inferiore a quella media della moda europea.

Una riflessione sulle politiche promozionali per la moda italiana sui mercati internazionali, i particolare quelli ad elevata crescita, potrebbe essere utile per superare il gap di crescita dell'export di moda che ci ha diviso da altri Paesi europei con una reputazione fashion largamente inferiore a quella italiana.

Il cambio dell'Euro

Vi è tuttavia anche un ostacolo: il livello del cambio dell'Euro, che malgrado le incertezze della crisi finanziaria resta elevato, sopravvalutato secondo diversi analisti intorno a 1,30-1,33 contro il dollaro, frenando la competitività di prezzo di tutte le esportazioni europee.

Entrano qui in gioco alcuni segnali importanti che registrano un clima diverso dal passato riguardo alle politiche del cambio e ciò forse a seguito della lezione giapponese del Premier Abe, che in pochissimo tempo, dopo 5 anni di deflazione, con provevdimenti sul cambio, ecc., ha realizzato come abbiamo detto risultati clamorosi. Vi cito tre dati e tre fatti in meno di 10 giorni:

1. Il ministro Saccomanni il 5 novembre in un' intervista al Financial Times dichiare che

"Al momento l'euro è la valuta più forte al mondo, faccia a faccia con il dollaro, il renminbi, la sterlina inglese ed il franco svizzero. Questo [il tasso di cambio dell'Euro] deve in qualche modo riflettere la percezione dell'andamento monetario in Europa rispetto agli altri paesi e per il futuro prossimo. Se... comprendo i mercati, vogliono vedere qualche azione concreta prima o poi e magari prima della fine dell'anno."

Il quotidiano inglese coglie il peso dell'affermazione del ministro e titola "Strong euro poses risk to recovery, Fabrizio Saccomanni warns". Le "azioni concrete prima della fine dell'anno" attese da Saccomanni sono quelle che può mettere in atto la BCE. Questa affermazione di un ministro italiano è la rottura di un tabù: la BCE dovrebbe, secondo Saccomanni, intervenire non più solo a difesa del valore interno dell'EURO (il target di bassa inflazione previsto dallo statuto della BCE), ma anche con un obiettivo riguardante il valore esterno dell'EURO, cioè il cambio, che non è previsto dal suo statuto ed è sempre stato escluso nettamente e con forza dall'ambito degli obiettivi della politica monetaria della BCE (mentre il cambio del dollaro è tra gli obiettivi espliciti della FED, e l'asse portante della AbeNomics in Giappone).

2. Ma l'aspetto più importante è che le azioni richieste da Saccomanni sono arrivate a stretto giro. Due giorni dopo il 7 novembre La BCE ha sorpreso il mercato con l'inatteso taglio di 25 punti base dei tassi di riferimento

Draghi ha ovviamente sottolineato che, coerentemente con lo statuto della BCE, il rafforzamento dell'euro rispetto alle principali valute «non ha giocato alcun ruolo nella discussione odierna», ma ha subito aggiunto che: i cambi, «non sono un obiettivo della Bce, ma sono importanti per la crescita e la stabilita' dei prezzi».

A ciò si aggiungano le dichiarazioni di qualche giorno prima dello stesso Draghi: «Siamo pronti a prendere in considerazione tutti gli strumenti a nostra disposizione per mantenere sua politica monetaria accomodante per il tempo necessario».

E esattamente il tipo di annunci che possono spingere i mercati ad indebolire il cambio dell'Euro.

3. Infine un ultimo altrettanto importante annuncio. Nell'ultimo Alert Mechanism Report 2014 (il report è la base per la successiva formulazione delle raccomandazioni di politica economica che la Commissione Europea formula per i Paesi a rischio di squilibrio) presentato il 13 novembre dal presidente Barroso al Parlamento Europeo, per la prima volta si menziona esplicitamente il surplus commerciale tedesco come un fattore di squilibrio per l'economia europea, mettendo quindi la Germania sotto osservazione. Il surplus eccessivo, si dice nel rapporto, determina anche una eccessiva forza dell'Euro sul mercato dei cambi.

Sembra quindi di poter dire che vi sia un allineamento delle principali istituzioni europee a considerare opportune azioni che indeboliscano, a breve termine il cambio dell'Euro.

Certamente non favorisce un indebolimento dell'Euro l'attuale posizione della Federal Reserve, anch'essa ancora incline ad una politica monetaria espansiva, in particolare nelle convinzioni di Janet Yellen che a gennaio prenderà il posto di Ben Bernanke, attuale governatore.

Un indebolimento del cambio dell'Euro di pochi punti percentuali farebbe per la competitività internazionale dell'industria italiana molto di più di qualunque misura sul cuneo fiscale anche di grandi proporzioni.

Ovviamente ciò non significa che un intervento sul cuneo fiscale non sia necessario, è una misura strutturale che modifica stabilmente la competitività, il livello dei cambi ha natura instabile ed è influenzato da molti fattori. In una prospettiva di lungo termine l'intervento sul cuneo fiscale è fondamentale. Per influenzare i risultati del 2014, con ogni probabilità ha un effetto molto maggiore un indebolimento dell'Euro. Il mio obiettivo (o sogno) è però alla fine una cambio Euro/Dollaro 1-1

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