“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria” (Dante)

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una piazza italiana alla fine  degli anni 50Verona, 14 gennaio 2015. - di Giorgio Maria Cambié*

E' la sensazione che ho avuto rileggendo un ritaglio del "Corriere della Sera" del 22 marzo 1957 ritrovato fra i vecchi archivi casalinghi. Si tratta di un articolo del prof. Libero Lenti, illustre economista, intitolato "I conti degli Italiani", in cui commenta la Relazione Generale sulla Situazione Economica del Paese,approvata in quei giorni.

Egli sintetizza la tendenza dell'economia all'aumento delle risorse unito al rallentamento del loro impiego per nuovi investimenti. L'articolo ci rivela un complesso di parametri che oggi per noi sono un irrealizzabile sogno: siamo al tempo del "miracolo economico", con governi tendenzialmente liberali. Sono ancora lontani gli sciagurati anni del centro-sinistra. Il reddito nazionale era di 13.876 miliardi di lire con un aumento del 7,2% rispetto al '55, risultato oggi irraggiungibile.

Le caratteristiche dell'economia italiana erano improntate ad una prevalenza delle importazioni sulle esportazioni con un supero delle prime di 248 miliardi sulle seconde. Giustamente Lenti si ferma a ragionare su un punto centrale: pone in luce come "durante gli anni precedenti una notevole parte delle maggiori risorse disponibili erano servite per aumentare gli investimenti, mediante un contemporaneo contenimento dei consumi... Sta di fatto che il rapporto tra investimenti e reddito è rimasto sul precedente livello vale a dire sul 22,6%, con un arresto della tendenza verso un crescente spostamento delle risorse disponibili a favore degli investimenti. Niente di male se, come si spera, trattasi di un arresto provvisorio determinato dal fatto che l'incremento del reddito ha subito un rallentamento. Ma problema di notevole gravità se invece la maggior espansione dei consumi rispetto a quella degli investimenti risulta da modificazioni permanenti."

Il professore aveva già individuato il baco che avrebbe eroso lentamente la nostra economia fino alla crisi di questi ultimi anni.

Anche la pressione fiscale di quei tempi per noi è un sogno. Il gettito delle imposte era stato in totale, comprendendo le entrate tributarie di Stato, province, comuni ecc. di 2.964 miliardi nel 1956 e 2.583 miliardi nel 1955. Ciò costituiva una pressione tributaria rispettivamente del 23% e del 21,9%.

Se alle entrate tributarie vere e proprie si aggiungevano i contributi previdenziali, si aveva un complesso di 4.113 miliardi nel 1956 e 3.679 miliardi nel 1955. Con questo la totale pressione tributaria e previdenziale era del 32,6% nel 1956 e del 31,2% nel 1955 (oggi attorno al 50%).
Lenti, economista liberale, non manca di rimarcare come "queste percentuali indicano dunque un cospicuo grado di collettivizzazione, circa un terzo del reddito nazionale ottenuto con mezzi coercitivi dalla pubblica Amministrazione."

Cosa da sogno sono pure le statistiche circa l'occupazione: nel 1956 i nuovi posti di lavoro erano stati 264 mila rispetto ai 295 mila del '55.

Cosa ci ha fatto precipitare da una così rosea situazione nella tragedia attuale?

* Lettera politica 567

“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria” (Dante)