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Artigiani: la strage degli innocenti

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artigianatoVerona, 11 febbraio 2015. - di Giorgio Maria Cambié *

Quando, poco dopo la "rivoluzione di velluto" ebbi occasione di soggiornare per qualche tempo a Praga, una delle cose che mi balzarono agli occhi, e resero la preparazione della mia permanenza più complicata, fu la totale mancanza di artigiani che potessero eseguire qualche lavoro idraulico od elettrico. Già, perché il regime non prevedeva la loro esistenza. Essi sarebbero stati liberi lavoratori, come tali non previsti dal regime comunista.

L'inventiva delle persone e la necessità avevano creato una specie di catena della solidarietà individuale sulla base del baratto di capacità tecniche. Siccome esistevano presso le industrie collettivizzate operai e tecnici con le capacità necessarie, nottetempo barattavano la loro capacità contro quelle di altri. Ad esempio: tu vieni e sistemi il mio scarico del lavandino e io imbianco la tua camera da letto. Io vengo e riparo il tuo impianto elettrico e tua moglie taglia i capelli alla mia. Per un estraneo (erano molto pochi) questo sistema non era applicabile.

Così, appena tramontato il comunismo per un estraneo era assai difficile vivere con qualche comfort al di fuori di un albergo. Le notizie allarmanti che vengono dal nostro settore artigiano fanno pensare che in futuro un sistema analogo possa arrivare anche da noi. In campo commerciale con la guerra al contante, il ritorno al baratto è piuttosto vicino e in campo artigiano, con la mania delle battaglie degli ultimi anni, non è lontano.

I dati forniti dall'ufficio studi della CGIA di mestre sono impressionanti: dall'inizio della crisi ad oggi hanno tirato giù le saracinesche in Italia 94.800 botteghe artigiane.

Le regioni che hanno perso il maggior numero di imprese artigiane sono state quelle più produttive: la Lombardia (-11.939), l'Emilia-Romagna (-10.126), il Piemonte (-10.071) e il Veneto (-9.934).

Le perdite in percentuale vedono un quadro differente con la maggior sofferenza in regioni del centro-sud: la Sardegna (-12,2%) il Molise (- 9,7%) e l'Abruzzo (-9,4%).

Non tutti i settori si sono comportati allo stesso modo: il settore costruzioni è stato naturalmente quello che ha sofferto di più (-17,4%) seguono i trasporti (-13,5%) e le attività di natura artistica (-11%). Se dai valori percentuali passiamo a considerare i termini assoluti allora quelli che hanno subito la maggior contrazione sono stati gli impiantisti legati all'edilizia, che hanno perso 27.502 imprese. A ruota seguono l'edilizia (-23.124 unità) e l'autotrasporto (-13.063). L'artigianato produttivo ha pure fortemente sofferto: 10.633 officine per la lavorazione del ferro chiuse, 6.757 falegnamerie, 5.409 imprese del settore tessile abbigliamento e calzature.

Proprio tutto nero? No, solo qualche barlume dalle imprese di pulizia e giardinaggio (+9.477 imprese) dal settore alimentare con +3.527 imprese e il moderno settore della produzione di software con 1.762 unità. Ma si tratta di inezie rispetto al mare delle perdite specie se si considera che il 54% di tali perdite riguarda imprese legate in qualche modo all'edilizia: muratori, lattonieri, pavimentisti, elettricisti, idraulici, ecc.

Si è in gran parte distrutto un complesso di microimprese che permetteva l'ordinato e razionale svolgersi della vita civile, andando così a colpire non solo l'industria e il commercio, ma la vita stessa quotidiana delle famiglie e dei singoli.

Si rischia di perdere un prezioso tessuto di competenze e di produzioni che si era formato nel corso di secoli; si tratta di un vero disastro di dimensioni epocali causate dalla sciagurata introduzione dell'euro accompagnata dalle miopi politiche reccessive dell'UE che hanno scardinato capacità ed attività che costituivano la vera trama portante del nostro tessuto economico.

* Lettera politica 573

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