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"Il nemico non viene mai debellato del tutto"

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Monselice, 3 novembre 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

Così scriveva Albert Camus nel suo libro, pubblicato in Francia nel 1947 e tradotto in Italia nel 1948, "La Peste"- Ed. Gallemand e Bompiani. Come premessa, intanto, io affermo: se è vero che, senza sparare un colpo di fucile, purtroppo, oggi, si contano morti nel mondo oltre 1 milione di persone a causa del Covid-19, è anche vero che il romanzo scritto dal giornalista francese 73 anni fa mette in risalto una riflessione allegorica sul male e sul recente trauma della guerra, solo a pochi anni dopo la sua conclusione.

Un male che non si debella del tutto, resiste, miete migliaia di morti, fa un'ecatombe, anche se la narrazione è inventata perché il romanzo, fortemente verosimile nella sua vicenda descritta in una piccola città dell'Algeria, a Orano, quanto fa pensare che di nemici siano anche quelli invisibili! Difatti riporto una sua frase del libro: "e quanto pesano questi nemici sulle coscienze europee. Come il male, la peste non viene mai debellata del tutto, ma restano latenti, tutte e due, in attesa di un ambiente propizio ad una nuova esplosione".

Il libro si apre con la storia di un medico francese, Bernard Rieux, che in questa località algerina, comunità affacciata sul Mediterraneo, senza alberi, in un terreno brillo, pronta a ricevere i profumi della primavera, vivrà, a partire da sua moglie, un'odissea per combattere un virus che improvvisamente, dalla morte di 6.000 topi aveva scatenato un'epidemia devastante tra gli abitanti e nei luoghi limitrofi. In meno di 1 anno annienta una popolazione intera, che decimata, non bastano nemmeno le fosse comuni per seppellire i morti. Viene inventato un siero come antidoto contro il morbo ma purtroppo non è sufficiente e ad uno ad uno, chi volle collaborare con questo medico, muore.

Solo nel febbraio dell'anno successivo finalmente è la peste ad andarsene e non tutte le precauzioni sanitarie che si erano prese per combatterlo. Bernard Rieux fa una riflessione invitando la gente sopravvissuta a vigilare sempre su un possibile ritorno del virus. La peste altro non è che un clima pesantissimo di sofferenza indistinta, ma soprattutto indecifrabile che fa pensare anche a quanto la stessa vita presenti delle assurdità, che pure rendono indifese le persone, quasi impotenti, di fronte ad un'apparente invincibile nemico, che è però lui ad andarsene, non perché è stato battuto. Tutta la produzione letteraria e filosofica di Albert Camus è improntata sul valore della vita, sull'esistenzialismo che per quasi due secoli, l'800 ed il '900 annoverava altri altri celebri filosofi come Jean Paul Sartre, per esempio, Kierkegaard, Dostoevskij, Nietzsche. Le riflessioni dello scrittore Albert Camus, in un semplice romanzo come questo che è come se fosse stato scritto oggi, pone in luce proprio i problemi della coscienza umana del nostro tempo. La sua immaginazione letteraria, come in tutti altri suoi comportamenti presentano una valenza universale atemporale, capace di passare i meri confini della contingenza storica, come fu il secondo dopoguerra e l'inizio della guerra fredda.

"La Peste", oltre ad essere incredibilmente attuale, può essere interpretato nella sua narrazione uno studio volto al turbamento dell'animo umano di fronte all'esistenza, tutto in balìa di quell'assurdo dove non troverei altra definizione come " il divorzio tra l'uomo e la sua vita". L'unico scopo per vivere sta per combattere le avversità, le ingiustizie sociali, oltre agli atteggiamenti di poca umanità, come nel suo tempo fu ancora la pena di morte. Lo scrittore usava dire: "se la Natura condanna a morte l'uomo, che almeno l'uomo non lo faccia".

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