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Alcuni numeri per fare chiarezza sul Covid

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Trento, 5 novembre 2021. – di Ezio Avvisati

Da uno studio condotto sui dati presenti sui siti www.governo.it/it/cscovid19/report-vaccini/, www.lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/, www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia, da inizio pandemia sono stati accertati poco più di 132.000 morti con coronavirus. Di questi 1.600 avevano un'età compresa tra 0 e 49 anni. 400 meno di 40 anni. 4.800 avevano tra 50 e 59 anni.

Questo vuol dire che 130.000 morti (il 98,48%) avevano più di 50 anni, quasi 125.000 persone più di 59 anni (il 94,69 % del totale). I numeri ufficiali dimostrano che gli ultra sessantenni sono la fascia di età più a rischio di complicanze e di morte. Secondo i dati del ministero della salute riferiti ad oggi in Italia sono state somministrate 89.904.963 di dosi di vaccino, 44.799.366 di italiani hanno completato il ciclo vaccinale, pari all'82,95 % della popolazione over 12.

Se osserviamo però nel dettaglio i dati dei vaccinati nelle fasce di età più a rischio risulta quanto segue: su 4.563.500 ultra ottantenni i non vaccinati sono 291.829; su 6.019.293 di italiani di età compresa tra i 70-79 anni i non vaccinati sono 536.448; su 7.553.486 di italiani nella fascia di età 60-69 anni i non vaccinati sono 907.782. Questo vuol dire che nelle fasce di età a maggior rischio di complicanze gravi e di morte ad oggi ci sono ancora 1.736.059 di non vaccinati. Sono loro che ogni giorno allungano la scia di morti, è su di loro che si dovrebbe concentrare la campagna vaccinale. Lo strumento oppressivo del green pass richiesto nei luoghi di lavoro, nelle attività sportive, nelle iniziative ricreative non condiziona, se non in modo marginale, la vita degli ultrasessantenni, perchè molti di loro sono fuori dal mondo del lavoro, e tanti hanno una vita sociale ridotta. Per essi il lasciapassare verde non costituisce un incentivo alla vaccinazione, per tutti gli altri rappresenta un obbligo mascherato, una violazione della privacy, un ostacolo alla libertà personale, una limitazione del diritto al lavoro.

L'ISS ha condotto uno studio sui decessi SARS-COV-2 positivi avvenuti tra il 01/02/2021 (data che corrisponde alle cinque settimane necessarie per il completamento del ciclo vaccinale a partire dall'inizio della campagna avvenuto il 27/12/2020) e il 05/10/2021 che dimostra come l'età avanzata e la comorbidità uniti alla mancata vaccinazione siano fattori decisivi per la letalità del virus. I 38.096 decessi avvenuti in questo arco di tempo avevano un'età media di 82,5 anni, 33.620 di loro non avevano ancora ricevuto alcuna dose di vaccinazione, 2.130 solo una dose e 1.440 avevano effettuato il ciclo vaccinale completo. L'ISS ha condotto un'analisi su un campione di 671 cartelle cliniche relative ai decessi di persone non vaccinate. Il campione è di tipo opportunistico ma molto indicativo. L'età media di morte nel campione di cartelle cliniche dei pazienti non vaccinati è di 78,3 anni. Su 671 decessi solo 20 non avevano patologie pregresse (il 2,9%), 61 ne avevano una, 115 ne avevano due, 475 ne avevano tre (il 70,7%). Le patologie più frequenti riscontrate sono: ipertensione arteriosa nel 66,7% dei casi; diabete mellito-Tipo 2 nel 67% dei casi; cardiopatia ischemica nel 27,4% dei casi; fibrillazione atriale nel 25,7% dei casi; insufficienza renale cronica nel 22,1% dei casi; obesità nel 15,6 % dei casi; altre comorbidità registrate sono scompenso cardiaco, ictus, demenza, dialisi e tumore.

Un altro studio condotto sulle più comuni patologie croniche preesistenti (diagnosticate prima di contrarre l'infezione) in un campione di 7.910 pazienti deceduti ha rivelato un numero medio di patologie osservate per paziente pari a 3,7. Complessivamente, 230 pazienti (2,9% del campione) presentavano 0 patologie, 902 (11,4%) presentavano 1 patologia, 1.424 (18,0%) presentavano 2 patologie e 5.354 (67,7%) presentavano 3 o più patologie. Questi numeri dimostrano come il SARS-CoV-2 sia letale nella stragrande maggioranza dei casi in situazioni di età avanzata e di salute compromessa da comorbidità preesistenti. Tali dati ribadiscono l'efficacia protettiva dei vaccini su persone di età avanzata e l'assoluta necessità di completare il ciclo vaccinale, ove possibile, per i 1.736.059 ultrasessantenni non ancora vaccinati. Forse non bastano più a giustificare il perpetrarsi di uno stato generale di emergenza che impone restrizioni, limitazioni delle libertà e obblighi di tessere verdi per giovani ed adulti in età lavorativa. La vaccinazione estesa dai 12 anni in su è stata presentata da CTS e governo come indispensabile per ottenere l'immunizzazione della popolazione. In realtà è ormai acclarato che il vaccino riduce nelle persone anziane il rischio di complicanze e ospedalizzazioni ma non immunizza la popolazione vaccinata, che può contrarre e trasmettere il virus.
Con l'82,95 % della popolazione over 12 vaccinata, la campagna vaccinale italiana viene da tutti celebrata come la migliore d'Europa. I risultati sono sicuramente notevoli ma non sono mancate le criticità come risulta da un'inchiesta di Claudia Di Pasquale andata in onda nella puntata di Report del 25 ottobre. La giornalista mostra l'approssimazione, l'imperizia e l'incompetenza con cui il CTS e il governo italiano hanno gestito la vaccinazione con AstraZeneca della popolazione più giovane.

Già dal 7 febbraio 2021 in Europa risultavano segnalati alcuni reazioni avverse al vaccino di Oxford: casi di trombocitopenia, 6 emorragie cerebrali, 22 incidenti cerebrovascolari di cui 6 fatali, e due casi di trombosi al seno venoso cerebrale. Il 9 marzo muore a 43 anni Stefano Paternò, militare della Marina Militare in servizio ad Augusta, 16 ore dopo avere ricevuto la prima dose di AstraZeneca. I consulenti della Procura certificano l'esistenza di un nesso causale tra vaccino e decesso. L'11 marzo 2021 viene sequestrato il lotto somministrato al militare di Augusta. Lo stesso giorno Danimarca, Norvegia e Islanda sospendono l'uso del vaccino AstraZeneca a causa della segnalazione di alcuni coaguli di sangue. Negli stessi giorni muore Zelia Guzzo, insegnante di Gela di soli 37 anni, dopo la prima dose di vaccino.

Le cause del decesso sono trombosi del seno venoso cerebrale, trombosi polidistrettuale e trombocitopenia. Anche in questo caso i consulenti della Procura accertano la sussistenza di un nesso causale tra vaccino e decesso. Il 17 marzo il professore di immunologia tedesco Andeas Greinacher rende noto uno studio che dimostra come gli inusuali casi di trombosi associata a trombocitopenia sono un effetto avverso raro correlato ai vaccini a vettore adenovirale dovuto ad una proteina presente nel virus del vaccino. In Germania sono segnalati 174 casi di trombosi associata a trombocitopenia su meno di 13 milioni di somministrazioni con AstraZeneca. In media, fa poco più di un caso ogni 100mila dosi. Questo dato, però, cambia in base all'età. Diminuisce negli anziani fino a dimezzarsi, mentre nei giovani aumenta fino ad arrivare a 3, 4, 5 casi ogni 100mila dosi. Ad Aprile la commissione inglese sulle vaccinazioni consiglia al governo del Regno Unito di vietare il vaccino di AstraZeneca agli under 30, a maggio agli under 40.

Nonostante questi dati allarmanti relativi ai rischi per i giovani, in Italia il CTS il 12 maggio dà il via libera agli open day vaccinali con AstraZeneca per tutti i cittadini a partire dai 18 anni di età. Il 10 giugno muore Camilla Canepa, studentessa di 18 anni di Sestri Levante, morta per una trombosi dei seni venosi cerebrali dopo la prima dose di AstraZeneca. Il CTS si difende citando un'analisi dell'Ema, secondo cui con una circolazione virale media il numero di casi ogni 100mila persone che sviluppano i fenomeni trombotici risulta pari a 1.1 mentre con il vaccino si possono prevenire 8 morti per Covid ogni 100mila persone. In realtà i dati citati dal CTS per sollevarsi da ogni responsabilità sono relativi alla fascia d'età 50-59 anni. I dati relativi agli under 30 sono molto diversi, perchè su 100mila giovani il numero di decessi previsti per covid è pari a zero mentre si prevedono circa 2 casi di coaguli di sangue mortali.

Oggi, in base agli ultimi dati dell'Ema, è stato accertato un tasso di incidenza delle trombosi associate a trombocitopenia dopo la prima dose di AstraZeneca pari a 3-4 casi ogni 100mila persone nelle giovani donne; significa 1 caso ogni 30-25mila somministrazioni. L'Aifa, invece, continua a non fare distinzione di sesso e di età e parla di 3 casi su un milione, mettendo tutti insieme, vecchi e giovani, uomini e donne, prime e seconde dosi.

Oggi il vaccino AstraZeneca è stato ritirato, ma le responsabilità del CTS e del governo sono gravi ed evidenti. Al paragrafo 14 del contratto firmato dalla UE con AstraZeneca c'è scritto "Ciascuno Stato membro dovrà indennizzare e sollevare AstraZeneca da qualsiasi richiesta di danno e responsabilità derivante da morte, lesioni fisiche, mentali o emotive". Chi risponderà allora dei decessi e dei danni provocati dal vaccino di Oxford? Non lo sappiamo, ma una cosa è certa. Sappiamo sicuramente chi pagherà il costo di 49 milioni di euro relativo alle 28 milioni di dosi di AstraZeneca inutilizzate: noi.

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