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Giovani jihadisti

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mezzalunaTrento, 1 settembre 2014. - di Adalberto de' Bartolomeis*

Ma cosa spinge giovani e giovanissimi a fare parte della comunità di fede ed ideologica, declinata secondo i principi dell'islam radicale per la quale nessun passaporto può metter in discussione l'appartenenza? La risposta è molteplice. E riguarda sia i giovani musulmani di seconda generazione, sia i convertiti.

I primi, spesso poco integrati nella società, ritrovano nella militanza un'identità che non avevano trovato nella società multiculturale e multietnica. Un'identità che si coniuga con una visione che divide il mondo in amico e nemico, offrendo uno sbocco al rancore e all'odio. Insomma, l' islam radicale è, dopo l'eclisse delle narrazioni politiche novecentesche, l'ultima "grande" ideologia totalizzante rimasta sul campo. Un'ideologia che offre risposte semplificatrici che nell'era del "benessere", del consumismo e del cibernetismo nessun sistema culturale è più in grado di dare. Sono queste le ragioni che spingono molti giovani ad aderirvi e ad agognare l'esperienza del combattente.

Lo jihad è concepito come un combattimento militare, una missione che ha la funzione di definire un "noi" contrapposto al "loro". Vi è poi una componente "ludica": imbracciare il Kalashnikov nei deserti siriani o iracheni a vent'anni assume un connotato avventuroso, difficilmente esperibile altrove.

Per i convertiti, anche italiani, che solitamente non provengono da esperienze religiose forti o erano addirittura agnostici o non credenti, la nuova fede militante è una bussola che li orienta nell'immenso mare della modernità, caratterizzato da appartenenze flebili e mutevoli, dall'incertezza come condizione permanente.

Anche in passato vi sono stati convertiti attirati da una visione ideologica all'islam. Non è casuale che negli anni '70 ve ne fossero tra i reduci dell'estremismo di sinistra e di destra. L'islam, come ideologia totalizzante, promette un'appartenenza forte, un'esperienza collettiva che vede nel cameratismo della comunità del fronte i "soldati" di Allah e quindi una dimensione egualitaria per questi giovani muijaidin.

Chi vive quell'esperienza, dopo avere partecipato alle campagne di Irak e Siria, torna a "casa", nel Paese nel quale ha vissuto e riprende la vita come se nulla fosse. Per quelli che non sono stati catturati o da eserciti ostili o da video che ne fissano per sempre il volto negli archivi dell'intelligence, si presentano scelte diverse, anche se l'aggravarsi dei conflitti o la percezione di una criminalizzazione dell'islam non esclude che possano tornare in azione.

Altri rimangono organicamente legati alla rete jihadista. Tutti presentano un alto profilo di rischio, sanno usare armi ed esplosivi e possono colpire su input esterno o autonomamente, con la possibilità, neanche tanto remota, che qualche città italiana sia trasformata in un avamposto del fronte.......

* Lettera politica 544

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