Ad atti di guerra rispondiamo con

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Parole, parole, parole

Una valida strategia al fine di soccombere

Verona, 5 luglio 2016. - di Sergio Stancanelli

Dopo l'eccidio in Grecia della missione Tellini, il Governo italiano mandò una squadra navale a bombardare Corfù: poi fece sbarcare sull'isola le nostre truppe, che la occuparono. E, si noti, non perché gli aggressori fossero greci (non furono mai identificati, probabilmente erano albanesi), ma semplicemente perché l'aggressione era avvenuta in territorio greco e il governo di quel Paese non aveva saputo evitarla. La Grecia presentò le sue scuse, e pagò danni e risarcimento, quest'ultimo in parte devoluto alle famiglie delle vittime. Una successiva occasione portò il Capo del governo, anni dopo, a dichiarare (cito a memoria): «Ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra. Nessuno pensi di piegarci senza avere prima duramente combattuto». E le cinquantadue nazioni che ci avevano sanzionati – per altro, giustamente, a giudizio del cronista – , tacquero.

Una ulteriore occasione si presenta oggi, e i reggitori odierni non sono da meno. L'uno e l'altro condannano duramente l'attentato – bene a sapersi, nel caso qualcuno pensasse l'approvassero, -- e (riassumo) dichiarano fieramente che l'Italia non si lascia intimidire. Sino al prossimo attentato, sino a quando la strage non colpirà i visitatori del Colosseo o gli spettatori dell'Arena di Verona. Allora accadrà che i capi di questa altera repubblica la quale non si lascia intimidire, deploreranno l'attentato e compiangeranno le vittime, le cui salme verranno salutate da applausi, alla pari con gli spettacoli di Raiuno. Una tele-emittente trasmetterà in diretta la cerimonia, cui interverrano e prenderanno la parola (sì, la parola, solo la parola: non qualche provvedimento concreto) il capo dello Stato e quello del governo, mentre un'altra emittente manderà in onda in contemporanea una partita di calcio ed una terza un telefilm della serie "Non parlare, scopami".

Qualche sprovveduto si chiede se non sarebbe più fruttuoso avvertire i futuri attentatori che per ogni cittadino ucciso una squadra aerea si recherà a bombardare le loro basi. Meglio sarebbe un'atomica, magari dataci in prestito d'oltre oceano, da sganciare sulle città natali o d'adozione dei guerrieri del Corano – preventivamente preavvertiti – uccisi o catturati nel corso della loro azione: nelle quali vivono i loro padri e madri, i loro fratelli, le loro mogli ed i loro figli. C'è chi crede che in tal modo gli attentati – che attualmente s'avvicinano ad ammontare ad uno al giorno, – cesserebbero immediatamente, così come dopo Hiroshima e Nagasaki i giapponesi deposero le armi e la guerra mondiale ebbe termine. Ma è vox clamans in deserto.

Solo in Israele si fa sul serio: dopo l'attentato odierno (4 luglio) le condanne a morte sono state immediatamente eseguite (uomo avvisato). Provvedimento per altro insufficiente, che non tocca i cosiddetti kamikaze. In Italia, poi, gli assassini vengon messi in castigo, sino a decreto liberatorio. Intanto, coloro che più son portati a lasciar correre, benché pochi, prevalgono. Dobbiamo provvedere a rimuoverli al più presto, prima che sia troppo tardi.

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