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Marine Le Pen, fiamma dell’”Eurodestra” di Almirante

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Trento, 29 maggio 2014. - di Luigi Mezzi

A cospetto della Merkel, giurano i bene informati, tutti hanno sempre trovato accoglienza e ascolto. Nel suo studio spartano ubicato al settimo piano della Bundeskanzleramt, accanto all'arcinoto Reichstag, l'atmosfera è severa ma cordiale. Poi la cancelliera di ferro, improvvisamente, inizia a tamburellare con le dita sul tavolo. E al termine del colloquio è sempre un perentorio, ariano "nein!" ad accompagnare anche i più ardimentosi fuori dalla porta. Questa volta però, siatene certi come Galileo era assolutamente certo che la Terra gira intorno al Sole, Marine Le Pen, figlia di Jean Marie, già paracadutista in Indocina nonché fondatore del Front National, quelle dita gliele farà andare di traverso.

Quante volte abbiamo sentito pronunciare dai lupi travestiti da agnelli, a ogni timido starnuto controvento, parole d'ordine politicamente corrette come "antieuropeo", "xenofobo", "razzista", "antisemita", "populista", tanto da essere ormai divenute stucchevoli se non completamente vuote di significato, superate anch'esse dalla magra quotidianità nei confronti della quale gli europei duramente provati dalla crisi economica fanno ancora i conti? E ancora, "spread", "spending review", "austerity". Pillole di maalox, tecnicismi sordi alla sofferenza della gente comune, in altre faccende ben più serie affaccendata. È molto più intelligente, invece, tradurre concretamente le frasi fatte, cercando di conoscere da vicino quei politici che sanno interpretare i sentimenti più autentici del popolo sovrano, costretto per troppo tempo a turarsi il naso. Parola d'ordine? Bere l'indigeribile purga e affrontare digiuni la Quaresima.

Non è un'eresia dire che stiamo vivendo un momento storico, forse paragonabile per gravità, anche se con i dovuti distinguo, alla vigilia del primo conflitto mondiale, quando i giovani partiti avvitati su se stessi attuarono in Europa politiche economiche disastrose, seguite da un'inflazione galoppante (la Repubblica di Weimar ne è un tragico esempio) che generò masse disperate e figli derelitti, ingoiati dalla disoccupazione a due cifre. Essi premevano per ottenere rappresentanza, pane e lavoro, proprio come i 25 milioni di disoccupati dell'eurozona che nonostante i trattati ostili non si possono cancellare con un semplice tratto di penna. Sarebbe troppo comodo.

L'"Europa dei popoli" già disegnata da Jörg Haider - battaglia ideale e politica, oggi portata avanti tenacemente dalla Marianne di Francia Marine Le Pen, alla testa del vasto fronte nazionalista europeo -, richiede una chiara scelta di campo: dentro o fuori dall'euro. È giunto il momento di appiccare simbolicamente l'incendio al Reichstag, a trazione tedesca. Così com'è stato concepito - riproduzione architettonicamente fedele della Torre di Babele in costruzione, tanto cara ai fratelli massoni di tutte le obbedienze –, purtroppo rappresenta solo la somma algebrica degli egoismi nazionali organizzati. Non è questo il tempo del buonismo pagato a carissimo prezzo (ossia con la vita), che mortifica l'Homo Sapiens, precipitandolo nell'Ade della rassegnazione, fino a occultarne l'indole fiera.

È possibile dunque attuare una rivoluzione conservatrice senza precedenti, di cui parla Marcello Veneziani, in Italia e nel Vecchio continente? Sentite cosa dice a tal proposito il filosofo, nell'intervista pubblicata lo scorso 3 febbraio dal giornale online "Girodivite": "Sul piano storico la rivoluzione conservatrice ha sempre avuto, anche se facciamo riferimento agli autori che per primi tra le due guerre hanno usato questa espressione, una chiara inclinazione nazional-europea. Non sembrino in contraddizione i due termini. L'Europa dei rivoluzionari conservatori è unità di civiltà nella diversità delle patrie, è integrazione delle patrie, mentre l'Unione europea attuale nasce dalla disintegrazione delle patrie, e dalla rimozione della civiltà europea a vantaggio del mercato finanziario europeo. L'amore per le proprie radici e il forte legame con la storia locale e nazionale, costituiscono dei punti fermi per la rivoluzione conservatrice ma non sono certo in contraddizione con le radici greche, romane e cristiane europee, con il legame di storie e di civiltà con l'Europa e il Mediterraneo. Ma stiamo parlando di un'idea, di un Principio di riferimento; se osserviamo la realtà presente, troviamo la rivoluzione conservatrice più che mai assente."

Veneziani ha ragione se riserva l'arguta riflessione alla realtà italiana, ma forse non si aspettava il terremoto che lo scorso 25 maggio ha scosso l'Europa, aprendo così le porte all'"Eurodestra" prefigurata dal compianto segretario del MSI Giorgio Almirante. Se Marine Le Pen saprà costruire umilmente un'alleanza solida fra tutte le destre europee – fatta eccezione per i movimenti neonazisti come Alba Dorata, altrimenti il suo tentativo giungerà presto al tramonto -, potrebbe anche creare un interessante laboratorio ideale su modello dell'Eurodestra almirantiana, di cui l'amato padre Jean Marie fu convinto sostenitore. Diversamente, l'esperimento è destinato a fallire.

L'Eurodestra, fu in sintesi un progetto politico assai ambizioso voluto da Almirante, quando nell'aprile 1978 strinse un accordo tra il Movimento sociale italiano, lo spagnolo Fuerza Nueva, i francesi di Parti des Forces Nouvelles, e i greci dell'EPEN, in previsione delle prime elezioni del parlamento europeo datate 1979. L'Eurodestra fu tenuta a battesimo il 18 luglio 1978 in Spagna, nella capitale Madrid, davanti a ventimila persone accorse per l'occasione. Almirante, insieme a Blas Piñar e Jean Louis Tixier Vignancour, tenne diversi comizi anche nelle caldissime piazze italiane. Solo il Msi, nel 1979, ottenne però una rappresentanza parlamentare facendo eleggere 4 suoi esponenti a Stasburgo. Nel 1984 Almirante unì il Msi (5 parlamentari) con i greci dell'EPEN (1 parlamentare) e il Front National di Jean Marie Le Pen, che aveva ottenuto in Francia ben 10 seggi. Nacque un agguerrito gruppo di 16 eurodeputati, chiamato "Gruppo delle Destre Europee".

Ora che la destra si è affermata in ordine sparso nell'Europa disunita, bisogna ricondurre le singole forze all'unità politica creando appunto l'Eurodestra. Cosa faranno poi ai piani alti di Bruxelles? Minacceranno sanzioni contro la Francia, l'Inghilterra, l'Olanda, la Svezia, l'Ungheria, la Danimarca, la Finlandia, l'Austria di Jörg Haider, già vittima designata delle inaudite interferenze dell'Ue, che per paura non aveva accettato il risultato del voto popolare? Dubito che ciò possa ancora accadere, nonostante le infondate preoccupazioni manifestate da José Manuel Durão Barroso. Colpirono vigliaccamente l'Austria, pensando di spegnere tempestivamente l'incendio, col dichiarato obiettivo di arrestare l'avanzata di Haider che nel 2000 riuscì a portare l'Fpö al governo, stipulando un discusso patto di coalizione col Partito popolare. L'esperimento molto ben congegnato riuscì, procurando a Vienna le accese critiche delle cancellerie europee, depositate ogni giorno come sentenze, cui seguirono le sanzioni dell'Unione europea. L'alleanza con i centristi non resse; nel 2002 la crisi dell'esecutivo sfociò in un voto anticipato che diede al Paese una nuova compagine governativa.

Se la guerra ancora non scoppia è per tre ragioni fondamentali, elencate lucidamente dallo stesso Veneziani in un articolo apparso l'11 luglio 2013 sul quotidiano "Il Giornale": "Una, non ha precisato il suo target, nel senso etimologico e militare di bersaglio. Contro chi? I politici inetti, i magistrati fanatici, gli esattori sciacalli, i banchieri strozzini, i tecnocrati dispotici? Due, non si contrappongono due fazioni, ma siamo sparsi e risentiti in una miriade di sette, partiti, clan, bande allo sbando. Non è chiaro e distinto il nemico e nemmeno l'amico. E poi c'è una terza ragione. Che è il rovescio della globalizzazione dell'indifferenza nata dal benessere: siamo menefreghisti globali e privatisti, pigri, vili, non ci manca il pane e nemmeno il tablet. Meno male... o no?". Dunque, se una guerra non è pensabile né auspicabile, Marine Le Pen potrebbe almeno tentare di realizzare la rivoluzione conservatrice.

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